Filcams Cgil del Trentino

Contro tutte le precarietà

I camionisti vogliono Fulvio

Sabato 24 luglio 2010 i delegati dell’autotrasporto merci, dopo l’assemblea sindacale alla presenza del Segretario Generale della Cgil del Trentino, si sono recati a Parma, alla festa della “Cgil che vogliamo” per denunciare, anche a livello nazionale la vicenda Flammini dando un’ulteriore dimastrazione che i lavoratori del trasposto merci, in modo compatto e deciso, si sono schierati a fianco di Fulvio per difendere il suo modo di fare sindacato, poco avvezzo ai salotti della politica e fortemente inviso dalle varie lobbie dell’autotrasporto.
I lavoratori hanno ribadito che la questione del compagno Flammini non può essere ridotta a semplice questione organizzativa ma era e rimane una questione prettamente politica. Non convince i lavoratori la proposta fatta dal segretario Burli, di spostare Fulvio alla sola vertenzialità individuale di categoria privandolo della gestione politica della categoria la quale sarebbe assunta non si sa bene da chi.
Da parte della “Cgil che volgiamo nazionale” è stato ribadito il pieno appoggio alla battaglia dei lavoratori del trasposto merci affinché Fulvio Flammini continui a svolgere, a pieno titolo, il ruolo di sindacalista del settore dell’autotrasporto merci e per rendere esigibile, all’interno della Cgil trentina, il diritto all’agibilità politica dell’area programmatica “la Cgil che vogliamo”.
Non è un caso se molte aziende hanno tirato un respiro di sollievo alla notizia di stampa che la Cgil, per Fulvio Flammini, avrebbe previsto o il suo rientro in ferrovia o, dopo le proteste dei camionisti, il suo spostamento ad altro incarico dentro la Cgil e quindi la volontà di sollevarlo dall’incarico politico di seguire il settore dell’autotrasporto merci.
I lavoratori del comparto hanno anche lamentato il fatto che la proposta di Burli lede il diritto di agibilità politica dell’area programmatica “la Cgil che vogliamo” all’interno della Filt Trentina. Una scelta che fa a pugni con quanto previsto dallo stesso Statuto della Cgil che garantisce all’interno della Cgil e delle singole categorie il dissenso e il pluralismo politico.
Nell’assemblea tenuta in Cgil a Trento è stata caratterizzata da due eventi: L’assenza “ingiustificata” del segretario della Filt di Trento Paolo Sboner e le mancate risposte del segretario della Cgil alle semplici domande dei lavoratori che chiedevano lumi e chiarimenti sui motivi dello spostamento di Fulvio.
Infatti Burli non è stato convincente quando ha sostenuto che si tratta semplicemente di una questione organizzativa della categoria e non di una questione politica. Senza risposta è stata anche la domanda di conoscere la sua (di segretario Cgil) posizione, cioè se condivideva o meno la scelta di cacciare Fulvio dalla Filt.
La denuncia di presunte irregolarità è arrivata chiara e precisa sia da parte di Fulvio che degli altri compagni e quindi il segretario generale (se tale vuole essere) non può far finta di non aver sentito limitandosi a dire “rivolgetevi alla magistratura interna”. Quindi appare non solo pilatesco ma quasi correo il tentativo di ridurre il tutto a semplice “gossip” come se le questioni sollevate non fossero questioni gravi su cui ci si aspettava l’invio degli organi ispettivi statuariamente previsti.
Quella di sabato è stata importante dove sono emerse verità e politiche che fino ad ora erano rimaste sotto traccia. Un grazie al protagonismo dei lavoratori del trasposto merci e di tutti quelli che hanno portato la loro solidarietà a Fulvio e si battono per garantire una Cgil plurale, democratica, vicina ai lavoratori, lontana dai poteri forti e dalle direzioni aziendali.
Ezio Casagranda
Trento, 26 luglio 2010

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26 luglio 2010 Posted by | Congresso Cgil, Sindacato | , , , , , , , , | 4 commenti

Democrazia e pensiero unico

La democrazia del pensiero unico, questa potrebbe essere il sunto della risposta che il condirettore del giornale IL TRENTINO ha dato alla lavoratrice Alessandra Sardagna con una lettera inviata al giornale ha non solo solidarizzato con Fulvio Flammini ma anche svolto alcune considerazione sul livello di democrazia presente in Cgil a Trento.
La lettera di Alessandra inviata al giornale IL TRENTINO  è pubblicata anche  su questo Blog al seguente indirizzo https://filcams.wordpress.com/2010/07/05/in-catene-davanti-alla-cgil
Al condirettore del giornale ha risposto il compagno Calì, ma la sua lettera non è mai stata pubblicata, naturalmente penso sempre per il rispetto della democrazia del pensiero unico.
Di seguito riportiamo la risposta del giornale e la lettera del compagno Calì
Risposta del giornale:
“/Io penso che la democrazia esista anche perché garantisce non solo l’alternanza, ma anche che una maggioranza governi e che una minoranza faccia opposizione. Dunque trovo, in assoluto, giusto che i vincitori (Burli, nel caso specifico) decidano con chi affrontare la sfida della loro piccola o grande epoca. Detto questo, una delle forze della Cgil è sempre stata quella di avere più voci, più sfumature, più punti di vista. E non voglio pensare che questo grande sindacato si schieri con i tanti in Italia che sembrano amare solo il pensiero unico. Ma tenderei ad escluderlo/”.
La lettera trasmessa dal compagno Pasquale Cali’ sabato 10 luglio 2010:
“*Egregio Direttore, condivido il principio da Lei espresso sulla democrazia in risposta alla lettera di Alessandra Sardagna. Quindi è giusto che si sappia questo. L’assemblea congressuale dei camionisti iscritti alla CGIL del trentino si è così espressa: il 92,19% ha votato a favore del cd. “documento di minoranza” (quello sostenuto da Flammini, responsabile del settore trasporto merci), l’1,56% si è espresso per il cd. “documento di maggioranza” (quello  supportato da Burli), il 6,25%
ha annullato la scheda. Nel Congresso provinciale della CGIL Trasporti, di cui i camionisti sono parte integrante, il  “documento di minoranza” ha ottenuto un consenso (in termini di rappresentanza) pari al 46,87% e Flammini il più votato. Questo può giustificare il suo “allontanamento” dalla CGIL trasporti? Che ne direbbe se Berlusconi, in quanto vincitore
delle elezioni nazionali con la coalizione di centrodestra, sciogliesse il governo comunale di Trento perché di centrosinistra? Io questo lo definisco fascismo. Cordialità. Pasquale CALI’ (direttivo FILT/CGIL)*”.
Alle considerazioni del Compagno Calì aggiungo una breve considerazione: Nessuno ha chiesto, e tanto meno Fulvio, di governare la Filt. Infatti il direttivo ha eletto il compagno Sboner quale segretario della categoria. La questione è un’altra: Fulvio, anche per i dati sopra richiamati dal compagno Calì ha il diritto di restare funzionario della categoria perché è stato votato dagli iscritti al congresso. Quindi la scelta della Cgil, che si vuole mascherare dietro “questioni organizzative”, è una chiara operazione di EPURAZIONE di staliniana memoria. Infatti se possiamo riprendere un paragone politico è come se nel parlamento, visto che ha vinto il centro destra, Berlusconi decidesse che il PD non può restare in parlamento a fare opposizione al Governo.
In questo caso cosa direbbe il condirettore de IL TRENTINO?
Io penso che la democrazia significhi pluralismo e rispetto delle minoranze e quindi è giusto che Burli governi, se ha idee e ne è capace, ma nello stesso tempo DEVE, se vuole salvaguardare la democrazia, garantire il pluralismo e le varie sensibilità politiche e sociali presenti in Cgil.
Cosa che non vedo oggi nella Cgil Trentina. Le scelte fatte sono: a livello politico di totale esclusione delle minoranze a tutti i livelli (vedi composizione Segreterai confederale), sul piano pratico il defenestramento di un compagno definito “scomodo” dai alcuni vertici nazionali della Filt e da molte aziende del settore.
Noi ci battiamo per una Cgil democratica e pluralista e quindi ci aspettiamo che il compagno Burli sani questa pericolosa ferita inferta a tutta la Cgil, al suo gruppo dirigente, ai suoi delegati ed agli iscritti.

Ezio Casagranda

Trento, 14 luglio 2010

14 luglio 2010 Posted by | Congresso Cgil, Sindacato | , , , , , , , | 1 commento

La svolta a destra della Cgil

Con questo importante contributo di Poalo Grassi vogliamo aprire una discussione, anche su questo Blog, per capire dove va la Cgil dopo il congresso di Rimini.
La Filcams Cgil del Trentino

La svolta a destra della Cgil tra mille contraddizioni

L’8 maggio si è concluso a Rimini il congresso della Cgil. Nell’assise nazionale è stato ribadito che la Cgil rinuncia a proseguire nella battaglia per opporsi all’accordo separato sulla controriforma della contrattazione, è stata rilanciata, costi quel che costi, l’unità con Cisl e Uil e si sono modificati a colpi di maggioranza passaggi significativi dello Statuto dell’organizzazione.
Il congresso ha anche visto per la prima volta una mozione alternativa votare contro il documento finale, mozione che nel direttivo di giugno si costituirà come area organizzata.
Il primo elemento che colpisce nel dibattito di Rimini è che molte delle cose dette dal segretario Epifani non sono state oggetto di discussione nei congressi di base svolti qualche mese prima. Ovvero che la Cgil intende modificare l’accordo separato nel 2013, quando dovrà essere sottoposto a verifica tra le parti. Intanto per creare le condizioni per modificarlo, non si parla più di abrogarlo, si dovrà continuare sulla strada degli accordi di categoria unitari. Se si esclude il contratto dei metalmeccanici, dove la Fiom si è rifiutata di sottoscrivere l’accordo nazionale firmato da Federmeccanica, Fim e Uilm, sono ormai oltre quaranta i contratti di categoria firmati con le altre sigle, e tutti hanno come matrice comune l’accordo separato del 22 gennaio.
Il secondo elemento importante è che la Cgil ha deciso di adoperarsi in ogni modo per ricucire gli strappi con Cisl e Uil.
I segretari di Cisl e Uil, nei loro interventi, hanno accolto l’appello all’unità di Epifani a patto che si faccia come dicono loro.
La lista dei passaggi nei vari interventi in cui si respirava questa ratifica della svolta a destra sono molti:l’appello al governo perché consideri la Cgil un interlocutore, la proposta a Confindustria di collaborare per uscire dalla crisi, l’accusa alla Fiom di promuovere un conflitto che non porta da nessuna parte, sono solo alcuni esempi con tanti saluti alla battaglia per difendere lo Statuto dei lavoratori.
Se queste posizioni fossero state esplicitate all’inizio del congresso probabilmente la mozione alternativa avrebbe avuto ben altre percentuali. Del resto che il vertice della Cgil non sia disposto a un confronto su posizioni contrapposte si è visto anche nelle modifiche riportate nello Statuto. È stata infatti approvata una modifica che affida al solo direttivo nazionale il compito di pronunciarsi su accordi di carattere generale, le categorie non avranno più il diritto ad esprimersi.
Una situazione instabile
Non può passare inosservato il fatto che mai congresso della Cgil è stato superato dagli avvenimenti così in fretta. Finito il congresso il Governo ha convocato per ben due volte Cisl e Uil per consultarle sulla finanziaria e ancora una volta la Cgil ne è stata esclusa. Finiti gli incontri il Governo ha presentato in parlamento l’ennesima manovra lacrime e sangue, 24 miliardi di euro, in particolare contro i lavoratori del pubblico impiego; vengono tagliate le finestre per andare in pensione, viene anticipato l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni, sono bloccati i salari fino al 2013, non verranno rinnovati i contratti di almeno la metà dei lavoratori precari in organico.
Solo a questo punto Epifani, che tanto aveva elogiato il ritorno alla concertazione a discapito del conflitto, ha dovuto annunciare lo sciopero generale. Non male, considerando quanto si è speso per convincere Governo, padroni e Cisl nel sotterrare l’ascia di guerra, imbarazzante se si pensa che proprio al congresso la maggioranza ha bocciato un ordine del giorno presentato dalla seconda mozione che chiedeva di discutere al più presto la convocazione dello sciopero contro i provvedimenti del governo.
La necessità di Epifani di convocare lo sciopero nasce da mille contraddizioni che sono da tempo aperte. La crisi alimenta la consapevolezza di tanti lavoratori che così non si può andare avanti. I segnali sono molteplici e l’attacco ai lavoratori delle amministrazioni pubbliche è l’ultima provocazione che ha costretto la Cgil a fare qualcosa, anche per non lasciare terreno libero ai sindacati di base, va ricordato che il 23 maggio a Roma è nato un nuovo sindacato l’Usb, fusione dell’Rdb e Sdl, che ha lanciato una serie di mobilitazioni che culmineranno con lo sciopero nazionale del 14 giugno (mobilitazioni che vedono il sostegno e la partecipazione anche di Cub e Cobas) che ha al centro proprio i lavoratori pubblici. Sciopero che proprio per il radicamento che i sindacati di base hanno in questo settore ha possibilità di successo.
Ricostruire l’alternativa
Il problema è che se pur è vero che alla fine la Cgil è stata costretta a convocare lo sciopero questo rimane inadeguato rispetto alle reali necessità. Perché è di sole quattro ore e perché non dà una vera prospettiva su come costringere il Governo a retrocedere dai propri piani, esattamente come successo per gli scioperi del dicembre 2008 e marzo 2010.
Al congresso della Cgil è emersa una novità importante, per la prima volta dal 2001 è stata presentata una mozione alternativa. Una mozione eterogenea dove sono presenti settori del movimento operaio più avanzati come la Rete 28 aprile o la Fiom, ma anche pezzi che nel recente passato hanno condiviso le politiche concertative come i segretari uscenti di Funzione pubblica e bancari.
Proprio questa eterogeneità ha impedito che il congresso si sia concluso con due documenti contrapposti, anche se comunque la mozione ha votato contro il documento finale dalla maggioranza, cosa non da poco visto che neanche le sinistre sindacali del passato erano arrivate a tanto.
L’area che questa mozione ha deciso di promuovere, non senza difficoltà in particolare per le resistenze della Fiom, rappresenta una novità e forse può diventare una vera opposizione in futuro.
Questa possibilità può concretizzarsi però solo se i tanti lavoratori che hanno dato vita alla mozione nei congressi di base sapranno giocare un ruolo da protagonisti proponendosi come alternativa nei luoghi di lavoro organizzando dal basso l’opposizione ai padroni. Per fare tutto ciò, per evitare che quella che sta nascendo sia l’ennesima area burocratica il cui scopo è quello di agevolare qualche burocrate ad entrare in qualche segreteria, è necessario da subito battersi perché siano i delegati e i lavoratori in produzione a organizzarla e dirigerla. Serve un programma avanzato che sia in grado di elaborare rivendicazioni e metodi di lotta adeguati alla fase di crisi che stiamo attraversando; difesa di ogni posto di lavoro e dei siti produttivi attraverso la riduzione d’orario fino ad arrivare alla nazionalizzazione delle aziende in crisi, e serve un nuovo modo di gestione dell’opposizione, che prende come riferimento quella democrazia operaia di cui tanto si parla in queste settimane in occasione dell’anniversario dello Statuto dei lavoratori e della stagione dei consigli di fabbrica nati dalle lotte dell’autunno caldo. Ovvero controllo dal basso e revocabilità in ogni momento di chi è chiamato a rappresentarci.
La sfida è difficile e sicuramente la fase che stiamo attraversando non è delle più favorevoli, la cassa integrazione, gli esuberi colpiscono in particolare i settori industriali rendendo tutto più difficile. Oltretutto è evidente che con la scadenza del mandato di Rinaldini da segretario della Fiom anche nei metalmeccanici (dove non sono mancati anche atteggiamenti moderati in diverse vertenze) può essere all’ordine del giorno un’involuzione a destra della categoria, segnali a questo proposito non mancano.
Dobbiamo batterci perché questo sciopero non sia una semplice valvola di sfogo, esigendo una piattaforma all’altezza e lavorando per un’adesione massiccia: se i lavoratori si riprendono la parola nelle piazze sarà più forte anche la nostra battaglia contro la deriva a destra, un’area di opposizione nella Cgil può vivere solo costruendo il conflitto reale nei luoghi di lavoro e in tutto il paese.
Spetta in primo luogo ai compagni della Rete 28 aprile, che in questi anni hanno tentato con forze estremamente ridotte di tenere viva la battaglia per un sindacato di classe e combattivo, organizzare nella nuova area che nascerà i tanti lavoratori che ancora non si sono arresi a una Cgil che vorrebbe avviarsi al sindacato unico con Cisl e Uil.

Paolo Grassi

Milano, 31 maggio 2010

31 maggio 2010 Posted by | Congresso Cgil, Sindacato | , , , , , , , , | 1 commento

Congresso Cgil: una strada pericolosa

La Cgil riparte dalla concertazione e propone un (vecchio) patto per il lavoro basato sullo scambio tra occupazione e moderazione salariale. La politica della concertazione è fallita, in dieci anni non ha prodotto nessuna proposta alternativa a questo modello sociale ed ha permesso di tagliare di dieci punti i salari in rapporto ai profitti precarizzato non solo iul lavoro ma anche lo stato sociale. Continuare su questa strada mi sembra fortemente sbagliato.
Nella sua relazione Epifani non a caso ha dimenticato le imprese come responsabili di questa crisi che per la Cgil la crisi non è l’effetto di questo sistema capitalistico ma un qualcosa che viene da chissà dove. Ha (volutamente) dimenticato che la strategia della Confindustria continua a puntare elusivamente sulla compressione del lavoro e dei diritti come unica leva su cui rilanciare la competitività.
Dimentica che le imprese hanno incassato la moderazione salariale senza investire nella ricerca e nell’innovazione e che puntano alla delocalizzazione delle produzioni e sulla crisi per cancellare qualsiasi forma di contrattazione collettiva.
Il lavoro, l’occupazione debbono costituire la priorità delle priorità, il fondamento e l’obiettivo delle politiche industriali, di quelle fiscali e sociali ha detto Epifani nella sua relazione introduttiva, senza però definirne i contenuti e gli obiettivi della contrattazione nazionale, della riforma fiscale e della contrattazione di secondo livello.
Non si può parlare di piano del lavoro senza affrontare le cause che in questi ultimi 10 anni hanno prodotto una voragine nell’occupazione giovanile, come l’ha definita lo stesso Epifani, e che l’80% delle assunzioni sono con rapporti di lavoro precario, a termine, a progetto o a chiamata.
La responsabilità non è solo dei governi che si son o succeduti ma anche in una scelta voluta da Confindustria e supportata da Cisl e Uil.
Siamo davanti ad una crisi che non sembra finire mai e se ci sarà ripresa, questa dicono gli economisti, sarà una ripresa senza occupazione. Una situazione che non può essere risolta con i bassi salari e con la riduzione delle coperture previdenziali ma va delineato chiaramente un progetto alternativo che sappia indicare con chiarezza dove reperire le risorse per sostenere l’occupazione, gli investimenti e gli ammortizzatori sociali.
Sulla riforma fiscale il congresso si è limitato ad una generica indicazione di lotta all’evasione fiscale, senza però indicarne i cardini di fondo come la tassazione sui patrimoni, sui redditi e sulla speculazione finanziaria o sulla necessità di potenziare i controlli, gli ispettori e la guardia di finanza.
Purtroppo da Rimini è uscita una Cgil meno democratica, più lontana dal lavoro e più centralistica che vuole mettere sotto “controllo” le categorie ma anche una Cgil dove gli apparati hanno un peso predominante.
Io sono convinto che i lavoratori italiani non hanno bisogno di questo ma di una Cgil, magari meno attenta agli equilibri con Cisl e Uil, ma più capace di farsi carico dei loro bisogni, delle loro aspirazioni e delle loro rivendicazioni sul lavoro e nel sociale.
Per questo la Cgil non può limitarsi alla denuncia che governo e imprese stanno smantellando regole, diritti e salari, ma serve una proposta politica alternativa da sostenere con una lotta decisa ed articolata. Dare priorità ai contenuti rispetto alle scelte tattiche e quindi ricostruire l’unità sindacale partendo dall’unità dei diritti (lotta alla precarietà), delle condizioni di lavoro e su regole democratiche certe ed esigibili dai lavoratori e dalle lavoratrici. Il contrario di quanto propongono Bonanni ed Angeletti.
Epifani, invece ha scelto la strada opposta sostenendo che non esiste alternativa all’unità sindacale e quindi bisogna ritornare al tavolo della trattative, ricercare l’unità con Cisl e Uil a prescindere dai contenuti.
Un tentativo destinato al fallimento, che sarà pagata pesantemente in termini di perdita di diritti e di potere contrattuale, in quanto nel mentre Epifani divide il suo sindacato su come difendere i diritti Bonanni e Angeletti si dicono pronti a cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Per questo concordo con quanti ritengono quanto uscito dal congresso della Cgil una strada pericolosa.
Ezio Casagranda
Trento, 10 maggio 2010

10 maggio 2010 Posted by | Congresso Cgil, Sindacato | , , , , , , , , , , | 2 commenti

Rinaldini: Ristretti gli spazi democratici

La crisi, per tre giorni, è stata nominata infinite volte in tutti gli interventi. Ma con ben pochi accenni alla sua dimensione, al suo esser terremoto che distrugge il vecchio mondo e dissoda il terreno di quello nuovo.
Costretto, come tutti, nei dieci minuti canonici, il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, ha disegnato a grandi pennellate questo nuovo contesto, dandogli la concretezza dello scenario entro cui una grande organizzazione di massa dovrà muoversi.
«Siamo di fronte a una crisi assolutamente devastante che in altri periodi storici è stata risolta con conflitti militari», paragonabile più al ’29 che non agli anni ’50, e che ovviamente «mette in discussione tutto». Quel che avviene in «Grecia parla a tutti noi europei», perché non si tratta di una crisi finanziaria, «ma dell’intero modello sociale degli ultimi30 anni, fondato sull’allargamento delle disegualianze sociali, la precarizzazione di massa, il superamento dei diritti del lavoro e del sistema di welfare».
La crisi è stata colta come occasione, dal governo e da Confindustria, per ridefinire le relazioni sociali come «parte di un processo autoritario» che mira direttamente alla «torsione delle istituzioni e della stessa Costituzione».
Ma – e qui Rinaldini ha toccato un nervo scoperto del conflitto in questo congresso – «questo attacco è partito con l’accordo separato sul modello contrattuale» (firmato solo da Cisl, Uil e Ugl), e «si è sviluppato con un’opera legislativa sistematica che giorno dopo giorno cancella il sistema dei diritti». Gli esempi sarebbero troppi, basta ricordare il testo unico sulla sicurezza sul lavoro e il «collegato» (che allarga a dismisura «l’arbitrato»). Un’opera che ha ricevuto sempre «l’adesione di Cisl e Uil», persino sul «condono fiscale».
L’accordo separato «ridisegna un ruolo del sindacato proponendogli uno scambio tra l’accettazione di questo processo» e l’espansione del campo d’azione degli «enti bilaterali». Dentro questo ruolo «non c’è la democrazia». E infatti, come nel contratto dei metalmeccanici, «hanno imposto un sopruso con un accordo di minoranza» che corrispondeva in pieno ai desiderata «dei padroni».
Il capo della Cisl, Raffaele Bonanni, in questi giorni, ha già detto sì – con interviste – sia allo «statuto dei lavori» che al «federalismo contrttuale» voluti dal ministro Maurizio Sacconi. «Nelle prossime settimane avremo davanti questo incrocio» e, rivolto al segretario generale Guglielmo Epifani, «non so cosa andremo a verificare e discutere nel 2013» (la data in cui scade il periodo di verifica del «nuovo modello», indicata da Epifani nella relazione iniziale come momento del ritorno al tavolo di concertazione insieme a Cisl e Uil).
Il «disegno» non è nuovo, «c’era già scritto tutto nel libro bianco di Maroni, nel 2001». Allora fu «bloccato grazie all’iniziativa della Cgil, che diventò punto di aggregazione di un’opposizione di massa». Ora, con la crisi, stanno realizzandolo a tempi accelerati. «Siamo di fronte a un bivio: si tratta di capire se siamo in grado di costruire come Cgil un’opposizione di massa», perché «non credo che si possa oggi parlare di ‘unità sindacale’ in termini tradizionali. Che altro deve succedere?». Le «differenze strategiche sono insuperabili».
Questo non significa negare «un terreno di unità d’azione», ma «per ricostruirla vanno definite regole democratiche». Ossia il ricorso al referendum in caso di diversità di posizioni in sede di trattativa. Un punto escluso con decisione proprio qui dallo stesso Bonanni, solo due giorni prima. Ma «organizzazioni di massa non democratiche non hanno futuro».
Un problema che esiste anche all’interno della Cgil, perché «quel che è avvenuto ieri (rifiuto degli emendamenti allo statuto proposti dalla mozione 2, ndr) lo trovo grave, molto grave». Infatti, «se nello statuto Cgil non è previsto che, in caso di esistenza di due posizioni, si presentano entrambe ovunque, lo trovo in contraddizione col chiedere a Cisl e Ui di fare il referendum se con loro non siamo d’accordo».
Così come «grave» è il cambiamento statutario voluto invece dalla maggioranza, che affida «al solo direttivo confederale» il compito di deliberare su «accordi e piattaforme interconfederali», perché incide direttamente sull’autonomia contrattuale delle categorie (e i metalmeccanici, non solo dagli imprenditori, sono visti spesso come un’anomalia da normalizzare). «La Cgil che conosco si è sempre caratterizzata per il rapporto dialettico tra confederazione e categorie», e c’è anche un esempio ancora fresco: «A Genova 2001 la Fiom c’era, la Cgil no; e questo veniva ritenuto normale».

Francesco Piccioni
IL MANIFESTO del 9 Maggio 2010

9 maggio 2010 Posted by | Congresso Cgil, Sindacato | , , , , , , | Lascia un commento