Filcams Cgil del Trentino

Contro tutte le precarietà

Archivio per il 'Socialità e lavoro' Categoria


Il mercato che uccide: convegno dei delegati

Pubblicato da filcamstrento su 9, Maggio 2008

La Filcams Cgil del Trentino e la Rete 28 Aprile nella Cgil per la democrazia e l’indipendenza sindacale organizzano, per venerdì 23 maggio 2008, una serata di discussione e confronto sul tema degli “omicidi sul lavoro” con il titolo

IL MERCATO CHE UCCIDE

Leggi il Manifesto della serata

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Presidio alla MS Abbigliamento

Pubblicato da filcamstrento su 25, Marzo 2008

Chiedevano di essere pagate, il proprietario chiude il negozio e le licenzia

Rovereto (TN) - Picchetto alla M.S. Abbigliamento contro i licenziamenti

Presidio di FILCAMS e CS Bruno davanti ad un negozio della catena MS

Davanti al negozio della catena M.S.-Abbigliamento, in attesa dell’apertura pomeridiana, non c’erano i soliti clienti ma i lavoratori del sindacato Filcams-Cgil e gli attivisti del Centro sociale Bruno.
Appena si sono alzate le serrande, davanti alle porte di ingresso si sono posizionati bidoni della spazzatura e sono stati accesi fumogeni, mentre altri distribuivano volantini in cui si spiegava il perché di questa protesta.
“Il padrone di questi negozi - spiegava un sindacalista alle signore che avrebbero voluto entrare e fare le consuete compere del sabato - ha messo sulla strada quattro ragazze licenziandole soltanto perchè chiedevano che fossero rispettati i loro diritti”. Un’argomentazione convincente che ha trovato la solidarietà di molti clienti del negozio che hanno preferito non entrare e condividere così le ragioni dei manifestanti.
Ezio Casagrande, il sindacalista della Filcams, ci spiega cos’è successo in modo dettagliato e deciso. “Si chiama Spaggiari il titolare della M.S. Abbigliamento, un vero e proprio padrone delle ferriere che piuttosto che soddisfare le richieste legittime delle sue dipendenti preferisce chiudere il negozio di Pergine Valsugana (divenuto famoso alle cronache per la vicenda di Rossella) e licenziarle in tronco”.
“Queste quattro ragazze - continua Casagrande - chiedevano di essere pagate regolarmente e di poter conoscere il piano ferie come sancito dagli accordi vigenti. Come risposta, il negozio di Pergine è stato chiuso e loro sono senza lavoro”.
Appena saputo della decisione dei dirigenti dell’azienda è partita la mobilitazione che ha preso di mira il negozio di abbigliamento di Rovereto che fa parte della stessa catena commerciale, la M.S.
Un presidio che ha assunto i tratti di un vero e proprio picchetto quando si invitavano i clienti a non entrare “per non essere complice di chi licenzia i dipendenti che chiedono i loro diritti” - come dicevano i manifestanti di oggi.
Tutta l’azione è stata colorata da petardi e fumogeni che sono entrati anche all’interno dei locali dell’esercizio commerciale. Polizia e carabinieri non hanno potuto fare altro che constatare l’alto tasso di rabbia che esprimevano bene le ragazze licenziate presenti davanti al negozio.
La M.S. Abbigliamento di Rovereto, oggi pomeriggio, non ha incassato nulla. Il negozio è stato invaso dall’odore e dal colore dei fumogeni e molti roveretani hanno capito - come è scritto sul volantino distribuito - che “difendere queste lavoratrici significa difendere i nostri figli che in questo mondo di precarietà sono costretti a subire situazioni di sfruttamento come quelle avvenute alla M.S. Abbigliamento di Pergine Valsugana.

- Galleria fotografica

Ascolta le interviste a Rossella e Diana, due commesse licenziate, che descrivono la situazione di estrema precarietà lavorativa delle lavoratrici del M.S. Abbigliamento. Rossella, inoltre, denuncia che il datore di lavoro ha deciso di chiudere il negozio solo perché le dipendenti, in sciopero, chiedevano di essere pagate puntualmente e maggiori diritti lavorativi.
- Rossella [ audio ]
- Diana [ audio ]

Global Project Trento - Sabato 22 marzo 2008

 

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Intimidazioni e abusi

Pubblicato da filcamstrento su 5, Marzo 2008

Ieri pomeriggio a Bologna tre ragazze stavano distribuendo in zona universitaria un volantino per informare le cittadine e i cittadini che si stava organizzando un presidio per solidarietà a Mara e a tutte le donne che hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare il loro aggressore, rompendo così il silenzio della violenza quotidiana che le donne subiscono.
Il volantino esprimeva la volontà di voler esserci davanti al Tribunale di Bologna ove il 4 marzo si svolge il processo contro il violentatore di Mara STUPRATA al Parco Nord della città il 26 agosto 2006 ( lo ricorderete tutte!).
Ebbene le tre donne sono state bloccate da un auto . Sono scesi tre uomini . In strada non c’era nessuno in quel momento. Le ragazze hanno avuto paura e si sono strette tra loro mentre questi uomini si avvicinavano a loro gridando “dateci i documenti”. La più coraggiosa ha esclamato “ma chi siete?” solo dopo si qualificavano come digos. Le ragazze cercavano di capire perché? Cosa era succedeva, una di loro ha chiesto Aiuto ai passanti dato il comportamento palesemente o intenzionalmente aggressivo, idoneo a generare timore e a limitare la loro libertà morale . Claudia , una di loro aggiungeva “scusate non mi fido voi siete in tre, ho paura”.
Sono state chiamate ben 3 pattuglie della polizia, e mentre una ragazza contattava una avvocata del Gruppo Donne e Giustizia dell’UDI che le diceva di dare le generalità, un poliziotto le sequestrava il cellulare impedendole di parlare con l’avvocata e rifiutandosi di spiegare la situazione.
Le ragazze sono state portate in questura nonostante, dopo la telefonata all’Avvocata avessero dichiarato di voler dare le generalità.Con arroganza e fare autoritario, le hanno afferrate per un braccio e per la testa pretendendo di condurle con la forza e infilate in macchina come delinquenti le hanno portate in questura fotografate, Preso le impronte digitali. Trattenute per 4 ore senza capire il motivo”. C’era anche una poliziotta che è stata allontanata dai colleghi perché non era d’accordo con quei metodi.
Questi i fatti. Oggi viviamo un paradosso!
Le forze dell’ordine che dovrebbero garantire l’ordine pubblico e la serenità sociale, con modi sconvenienti e inurbani hanno letteralmente terrorizzato delle ragazze che legittimamente manifestavo il loro sostegno a quelle donne che hanno subito violenza.
Lo sanno o dobbiamo spiegarlo noi a questi uomini che una ragazza oggi ha paura? Quando degli uomini si avvicinano ad una donna in una strada buia e poco frequentata dovrebbero sapere che la reazione della donna è comunque di timore, PERCHÈ UNA DONNA SA QUELLO CHE PUÒ SUCCEDERLE! E QUESTI UOMINI, QUESTI POLIZIOTTI NON POSSONO nell’occasione del compimento di un’attività seppur legittima,DISTRUGGERE IL RISPETTO CHE L’AUTORITÀ DEVE TRARRE, NON DALLA DIVISA CHE PORTANO, MA DALLA LEGGE CHE RAPPRESENTANO. Questo tipo di atteggiamento è riprovevole qualora venga posto in essere nei confronti di CHIUNQUE indistintamente, senza fare distinzione di SESSO RAZZA RELIGIONE ETA’ IDEOLOGIE , ma in particolar modo nei confronti delle donne che nell’occasione difendevano in maniera civile i propri diritti e dignità.
Le donne oggi sono oggetto di soprusi e di violenza che non è solo quella Fisica. Questo stato di terrore in cui vengono poste le donne che non ci stanno alle dichiarazioni contro il loro corpo, autodeterminazione, non è giustificabile. Le nostre nonne venivano arrestate nel 1946 perché vendevano le mimose l’8 marzo, altre venivano arrestate perché distribuivano volantini per sostenere il diritto al voto delle donne, STIAMO RITORNANDO BRUSCAMENTE AL PASSATO? Siamo nel 2008 ,forse non tutti ricordano che quest’anno si celebra il centenario dell’eccidio di operaie che scioperarono in una fabbrica per i loro diritti di parità salariale e morirono bruciate vive come streghe al rogo !!
Avv.ta Marta Tricarico
(GRUPPO DONNE E GIUSTIZIA UDI , MEMBRO COMITATO NAZIONALE GENERARE OGGI”
2 marzo 2008

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Taylorismo e la creatività

Pubblicato da filcamstrento su 28, Febbraio 2008

Il Taylorismo uccide la fantasia, la creatività.
All’inizio del Novecento Frederick Tailor andava in giro con il suo cronometrino a vedere come si poteva migliorare la produttività delle industrie. Una sorta di “frusta virtuale” per vedere come mettere sotto pressione i lavoratori e farli rendere di più. La storia italiana ci insegna invece come la nostra gente si sia sempre contraddistinta per la creatività, l’ingegno, il gusto, la capacità di dare risposta ai bisogni ma allo stesso tempo assaporare i piaceri della vita.
L’italiano per sua natura non è “soldatino”, ma persona che ha il saper fare nel suo dna. Le negatività della globalizzazione hanno dato sterile omologazione dei comportamenti e delle modalità di azione. Il datore di lavoro è cieco e non capisce che il lavoratore, se opera in un ambiente ed in un contesto positivo, dà all’azienda stessa degli spunti positivi da spendere in competitività. Penso che tutti noi, se facciamo il lavoro che ci piace, possiamo portare idee e miglioramento al contesto lavorativo in cui operiamo. Il Taylorismo quindi è un estintore che spegne la passione, che toglie al lavoratore anche la soddisfazione di “essere realizzato”, che è una cosa che vale per tutti dalla lavoratrice delle pulizie fino al capo del mondo.
Quando il datore di lavoro ti considera un numero, conta i secondi che ci hai messo a fare le cose, inizia a rimproverarti per le inezie, allora il lavoratore non fa altro che aspettare le 19 per la chiusura, il venerdì perché così è finita la settimana, la pensione che lo levi dal posto di lavoro. In questo modo si genera un meccanismo perverso: chi comanda assume atteggiamenti autoritari, i lavoratori iniziano ad essere opportunisti attraverso lo strumento garantito contrattualmente della malattia, abusato nel pubblico ma spesso anche nel privato. In questo contesto di disumanizzazione suona ipocrita la definizione responsabili del personale, chiamati “responsabili risorse umane”.
Evangelicamente ognuno di noi ha dei talenti, che spesso in Trentino si esprimono eccezionalmente nel mondo del volontariato. Dobbiamo però essere messi nelle condizioni di spendere questi talenti, che altrimenti finiscono sotterrati sotto la coltre del “sistema”, dell’omologazione che rende più facile il controllo.
Friedrich
Trento, 28 febbraio 2008

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Famiglia, salute e lavoro sono compatibili ?

Pubblicato da filcamstrento su 15, Febbraio 2008

Famiglia, salute e lavoro: in questo paese sono compatibili??? A volte la vita ci presenta degli ostacoli e dobbiamo trovare il modo di recuperare il tutto. Ci offre delle alternative per le quali ci troviamo con delle difficoltà per trovare la miglior uscita. E’ normale che un uomo pensi al futuro, in una famiglia, figli, nipoti, un lavoro, nel divertimento; però quando la salute non c’è la catena degli elementi fondamentali che costituiscono il futuro della società si rompe; spariscono tutte le fondamenta sulle quali viviamo.

Per la situazione economica dell’Argentina, nel 2002 sono stato costretto ad emigrare in Italia, un posto dove lavorare, dove trovare la dignità di padre di famiglia persa per colpa dei governi di turno; ho dovuto fare lo stesso che hanno fatto tanti italiani anni fa, andati in Argentina in cerca di un futuro migliore. In questo modo mi sono trovato in un paese della regione Veneto inserendomi nel lavoro, nella fabbrica della concia, il quale dopo 3 lunghi anni mi ha danneggiato la salute, ho la malattia professionale riconosciuta per l’Inail e subito mi sono reso conto che mi trovavo senza risposte logiche alla mia domanda, cioè se io sono venuto a questo paese per lavorare e crescere la mia famiglia perché oggi sono ammalato? La risposta non l’ho trovata nel mio datore di lavoro, a sua volta responsabile diretto, della mia malattia e quella di tanti altri miei colleghi di lavoro che presentano allergie sulla pelle, problema respiratori, di tumori, cancerogeni, probabilmente prodotto dal contatto diretto o indiretto con sostanze chimiche utilizzate nel processo di trasformazione della concia.

Mi trovo da solo con la mia famiglia e alcuni amici, lottando contro questa grave malattia.

Non voglio soltanto fare qualcosa per la mia salute, la quale si vede e si sente ogni giorno più deteriorata, ma sento il dovere, come essere umano, di lottare contro questo sistema da schiavi, il quale fa avere datori di lavoro ricchi che non trovano o non rispondono alle necessità e soluzioni dei loro operai.

Non rispondono, si dimenticano che siamo noi con la nostra salute e tante volte con la nostra vita che si riempiono le tasche a cambio di una misera paga mensile che ci permette con grande sforzo arrivare alla fine del mese.

Basta sentire le morti di Torino, Marghera, nei lavori rurali, edili, ecc., i datori di lavoro sono sempre a favore dei governi di turno.

Ogni giorno mi chiedo perché ho trovato questa malattia invece di trovare serenità nella mia vita e quella della mia famiglia.

La gente nativa del posto e la gente chiamata in modo svagliato “extracomunitari” perdiamo la forza, ogni giorno che passa, per lottare per un futuro migliore per le generazioni a venire.

In questo momento mi trovo da solo lottando contro questo modello di datore di lavoro, i quali non hanno nessun tipo di interesse per i loro dipendenti.

Penso sempre alle famiglie di tutte quelle persone che sono morte al lavoro, direi che sono morti senza giustificazione alcuna.

Questo lo scrivo espontaneamente, con il cuore, per far conoscere in un qualche modo la mia grande impotenza e che serva per trovare più persone disposte ad aiutarmi ed aiutare se stessi in questa lotta, pensando ai propri figli, al pianeta, e al futuro che stiamo costruendo per i nostri nipoti e pro nipoti.

Sono consapevole che non stiamo facendo niente di positivo per il paese rimanendo in silenzio, senza far conoscere le diverse malattie come conseguenza dell’aria che si respira nella zona, (arzignano-vicenza) grazie alla contaminazione prodotta dalle grandi industrie che non hanno nessun tipo di controllo, misure di precauzione, senza nessun controllo da parte delle istituzioni che dovrebbero funzionare per proteggerci o da funzionari che vengono pagati da noi per tutelarci e non per fare finta di niente ai problemi che ci affogano e ci fanno perdere la speranza per continuare a lottare, l.

So che dopo aver scritto queste parole non sarò da solo, spero che le mie parole arrivino a questi datori di lavoro perchè pensino un pò di più nei loro dipendenti, nelle loro famiglie, nel pianeta e nel futuro delle proprie famiglie, dato che anche loro vivono e vivranno nello stesso posto.

So soltando che se famiglia, salute, lavoro, lavoratore e capo, ci diamo la mano si potrebbe sicuramente costruire un futuro migliore per tutti senza distinzione di razza, religione e cultura. So anche che non mi rimane molto cammino da percorrere per questo motivo vorrei l’unione delle persone per metterci in moto per lottare per un futuro migliore.

Hugo Fernando Mealla

Arzignano (VI) 15 febbraio 2008

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