Salari: Italia fanalino di coda
Nei giorni scorsi la stampa nazionale ed i mass media titolavano che i salari dei lavoratori italiani sono precipitati al 23esimo poste fra i paese dell’Ocse e al terzultimo posto fra quelli europei. Nessuna sorpresa, questo è il risultato degli accordi sulla moderazione salariale e il conto che il lavoro dipendente ha pagato in termini monetari sull’altare delle finanziarizzazione dell’impresa. Un prezzo a cui va aggiunto il costo sociale della precarietà che, come un tumore maligno, aggredisce ogni forma di tutela, di diritti e di solidarietà fra i lavoratori.
Se alla caduta dei salari si aggiungono i tagli alla spesa sociale ed ai servizi dovuti principalmente alle politiche di privatizzazione la situazione diventa veramente drammatica per quanti oggi vivono di lavoro dipendente.
Quello che più mi fa rabbia è che davanti a questo disastro sociale si assiste ad un sostanziale silenzio da parte della sinistra o l’emergere di proposte obsolete del sindacato come quello di rilanciare improbabili patti sociali.
Il governo da parte sua ha utilizzato questo dato sul salario per rilanciare la sua proposta di legare i salari ai profitti dell’impresa e, sulla scorta della scelta del sindacato alla Chrysler, diventare azionista dell’impresa superando così la logica del conflitto e quindi divenire complici del nostro sfruttamento.
Se l’accordo del 1993 sulla moderazione salariale con l’accordo separato di quest’anno i lavoratori italiani rischiano di subire un’ulteriore stangata sul loro misero salario. Il rischio è che l’assenza di una vera politica salariale alternativa a quella del capitale rischia di creare le condizioni per far precipitare il paese in condizioni sociali ancor più drammatiche di quelle attuali.
Per aumentare i salari bisogna fare due cose. Introdurre un meccanismo automatico di protezione dei salari, introdurre forme di salario sociale e di reddito garantito sulla scorta delle esperienze di altri paesi europei, contrastare le politiche di privatizzazione dello stato sociale e dei beni comuni rilanciando la battaglia per un Welfare pubblico, garantito, efficiente e gratuito per tutti i cittadini italiani o che lavorano in Italia, senza distinzione di classe di genere o di razza.
In sostanza si tratta di dare concreta applicazione alla nostra Costituzione dove recita che ogni cittadino ha diritto ad un salario in grado garantirli una vita dignitosa per se e per la sua famiglia.
Se anche questo vien tacciato di estremismo allora significa che la modifica della nostra Costituzione è già avvenuta.
Ezio Casagranda – Filcams Trento
Trento, 21 maggio 2009
Un reddito minimo per tutti
Nei giorni scorsi la giunta regionale del Lazio ha approvato una proposta di legge che introduce una forma sperimentale di «reddito sociale garantito» (sotto forma di sostegno diretto e indiretto) per i lavoratori disoccupati, inoccupati o precari. Potrà beneficiare del «reddito sociale» chi dimostra di non guadagnare più di 7.500 euro l’anno ed è iscritto nelle liste di collocamento. Per sostegno diretto si intende un contributo di 5.400 euro l’anno; la parte indiretta integrerà invece il pagamento delle utenze domestiche, bonus asili, sconti sul trasporto pubblico e sugli eventi culturali. Una novità importante che si inserisce nella battaglia più generale dei diritti di cittadinanza intesi come diritti di base, di un nuovo modo di intendere il welfare di combattere le nuove povertà derivanti delle trasformazioni del mercato del lavoro e dalla diffusa precarizzazione nel lavoro e nel sociale che si è creata in questi ultimi anni. In tutti i Paesi Europei, ad esclusione di Grecia ed Italia, esistono da molti anni forme di reddito di base, garantito o minimo. Accanto al “reddito diretto”, cioè una erogazione monetaria, si aggiungono forme di “reddito indiretto” fatto di erogazioni di beni e servizi. Dalla spese per l’affitto, alle spese mediche, al pagamento delle utenze, dei trasporti pubblici fino alle spese per la cultura. La proposta di legge della giunta della regione Lazio è, anche per la sinistra italiana una nuova sfida sul versante del lavoro e della lotta alla precarietà per passare dalle enunciazioni alle proposte concrete di lotta e di proposta politica. Combattere la precarietà e con essa le nuove povertà che, secondo l’indagine Eurostat, già coinvolge oltre 11 milioni di cittadini italiani che sono sotto la soglia di povertà. Combattere queste nuove forme di povertà richiede massicci investimenti pubblici in forme di protezione sociali e quindi in coraggio di investire sul versante del reddito e della formazione. In conclusione ritengo che davanti alle trasformazioni legate al mondo del lavoro, la forte precarizzazione che coinvolge anche la nostra provincia, le richieste di nuove garanzie sociali, nuovo welfare, reddito e diritti, dobbiamo far valere le competenze della nostra provincia per dare un segnale forte in merito ai diritti sociali, lotta all’insicurezza sociale, rilancio di un modello di sviluppo che sia integrato da garanzie sociali più ampie in grado di rispondere alle trasformazioni della nostra epoca. Uscire da una situazione difensiva per rilanciare una nuova politica dei redditi è non solo possibile, ma sempre più necessario per la costruzione di una proposta politica alternativa a quella dell’attuale governo Berlusconi.
Ezio Casagranda
Trento, 9 marzo 2009
Un lavoratore su due senza ammortizzatori
Secondo lo studio della Cgia di Venezia sono oltre 7 milioni, tra lavoratrici e lavoratori che non hanno diritto ad accedere agli ammortizzatori sociali in caso di crisi. Questi lavoratori, pur non essendo propriamente precari, non hanno diritto a nessuna misura di sostegno al reddito e quindi se perde il lavoro perde tutto e si trova senza un sostegno al reddito e in alcuni casi, anche le prebende derivanti da norme contrattuali come la previdenza complementare o l’assistenza sanitaria integrativa.
I tentativi di rispondere alla privatizzazione delle forme di assistenza attraverso i fondi pensione o interventi contrattuali, alla luce di questa crisi, dimostrano il loro totale fallimento oltre che divenire delle vere e proprie forme di discriminazione fra lavoratori. Fra che viene espulso e chi, invece rimane all’interno del circolo della produzione.
Questi lavoratori, rimangono discriminati ed esclusi dagli interventi previsti per gli ammortizzatori sociali dal Governo o dalle varie Regioni. Interventi che affrontano solo parzialmente, e per alcune fasce di cittadini – quelli che hanno avuto un lavoro – che non affrontano le problematiche del non lavoro. Anche quei cittadini che non hanno mai lavorato devono poter accedere ai benefici statali.
Per fare questo è necessario rilanciare su basi nuove il ruolo dello Stato sociale e della formazione del reddito che può anche essere non direttamente legata al lavoro e quindi individuare forme di reddito tali da rispondere a questa parte di cittadini che sono esclusi dal ciclo produttivo.
Un reddito in parte formato da salario ed i parte attraverso la gratuità dell’accesso ad alcuni servizi come la scuole, la salute, la casa, i trasporti, le tariffe ecc..Una scelta che ponga al centro il carattere pubblico e gratuito dello Stato sociale, in alternativa alle attuali forme, più o meno striscianti, di privatizzazione dei servizi, dell’assistenza e dei diritti sociali.
Una strada difficile, ma non impossibile, sia dal punto di vista politico richiede di utilizzare in un ruolo propositivo le specificità della nostra autonomia. Sul versante delle risorse necessarie basterebbe spostare le enormi risorse, oggi previste per la grandi opere o effettuare una seria politica fiscale contro l’evasione e le rendite, per reperire le necessarie risorse a sostegno di questo progetto.
Ezio Casagranda
Trento, 21 gennaio 2009
Ammortizzatori e reddito di cittadinanza
Tito Boeri, sull’Adige del 29 dicembre critica, giustamente gli improvvisi cambi di rotta del governo in materia di politiche del lavoro (prima la detassazione degli straordinari, oggi la riduzione della settimana lavorativa) bollandole come interventi a favore dei soli occupati in quanto questa tattica evita “una seria riforma degli ammortizzatori sociali”.
Io resto convinto che un sostegno economico ad una politica della riduzione dell’orario di lavoro collegata anche ad un potenziamento dello stato sociale possa rispondere alle problematiche dell’occupazione sia in termini quantitativi che qualitativi (stabilizzazione dei precari).
Ma ciò detto sono d’accordo sul fatto che oggi, le proposte sul versante occupazione e ammortizzatori sociali, devono trovare soluzioni capaci di coinvolgere il vasto mondo del precariato, del non lavoro, ecc e quindi affrontare la questione degli ammortizzatori sociali a tutto campo.
Questa scelta riapre la discussione sul reddito di cittadinanza come strumento importante per ridare certezza e dignità al lavoro, all’esistenza della persona e dare risposte concrete alle conseguenze di questa crisi.
A fronte al dilagare della disoccupazione, della cassa integrazione e lavoro nero (aumentato del 41% sul 2007), mentre il fisco succhia oltre 5 miliari di euro in più al lavoro dipendente (a fronte di un’evasione fiscale di imprese e lavoro autonomo di oltre 100 miliari annui), mentre i salari vengono decurtati e sulle pensioni Confindustria rivendica lo scalone Maroni il Governo procede nella destrutturazione dei diritti sociali, del lavoro e privatizza i beni comuni come l’acqua.
Infatti, oggi la precarietà, prima che una condizione sociale e del lavoro, è il grimaldello usato dalle imprese per determinare al ribasso le condizioni di lavoro. Se non vogliamo che le condizioni lavorative e retributive siamo sempre più incerte va definita una soglia salariale minima e indicizzata, sotto la quale lo sfruttamento non è consentito e quindi, anche per questa via porre un freno alla politica di ribasso del costo del lavoro e all’esclusione sociale.
Reddito di cittadinanza non solo come assegno versato a tutti i cittadini indipendentemente dal fatto che abbiano o meno un lavoro ma anche come reddito sociale derivante dell’accesso gratuito ai servizi sociali, come la casa, la scuola, la sanità, trasporti ecc..
Non è certo la soluzione di tutti i problemi ma sicuramente sarebbe una risposta forte e servirebbe ad arginare questo fenomeno della precarizzazione sociale, del lavoro e dei diritti che, determinando uno stato di incertezza permanente, consente alle imprese di esercitare sulla società un controllo totalizzante. Per questo ritengo che fermarsi, come fa Boeri, ai soli ammortizzatori sociali sia limitativo e quindi il dibattito deve coinvolgere una nuova forma di redistribuzione del reddito non più legata alla sola prestazione lavorativa ma anche alla produttività integrale.
Mi riferisco a quei settori decisivi per la qualità della vita e delle relazioni umane che richiedono tempo ed energie, ma che oggi sono del tutto trascurati. Per citarne alcuni: i servizi sociali, l’assistenza agli anziani, ai giovani. la pulizia dell’ambiente, la cura del paesaggio, l’attività volontaria in favore del benessere comune, in sostanza le responsabilità che derivano dalla necessità di mantenere in vita la comunità in forma dignitosa.
Inoltre il reddito di cittadinanza appare sempre più come una scelta unificante e capace di intaccare l’attuale meccanismo della distribuzione della ricchezza e di stabilire un obiettivo unificante fra occupati, disoccupati e precari capace veramente di unificare il variegato mondo del lavoro e del non lavoro per costruire quelle base comune di solidarietà partendo dalla soddisfazione dei bisogni fondamentali, dai quali nessuno deve sentirsi escluso.
In ultima una piccola provocazione. Perché sulla scorta delle precedenti esperienze come il “progettone” o la “mobilità provinciale” la Giunta Dellai non utilizza l’autonomia provinciale per avviare una sperimentazione avanzata del reddito di cittadinanza, da valere per tutti i cittadini presenti sul territorio Trentino, emigranti compresi?
Le risorse ci sono, ora serve la volontà politica e la voglia di sperimentare.
Ezio Casagranda – Filcams Cgil del Trentino
Trento, 30 dicembre 2008
Contratti separati e reddito di cittadinanza
Dopo l’accordo separato sul Contratto nazionale del commercio continua la politica degli accordi separati, ultimo della serie quello firmato da Confcommercio, con Fisascat Cisl e Uiltucs Uil sul modello contrattuale.
Ormai è chiaro a tutti che la scelta degli accordi separati nasconde una sostanziale incapacità, da parte dei padroni e del governo, di affrontare questa crisi economica, che sta sconvolgendo il nostro Paese. Cisl e Uil accettano una politica remissiva in cambio di qualche prebenda derivante dagli enti bilaterali.
E quindi, non è un caso se da parte di Cisl e Uil non arriva nessuna critica sulle cause di questa crisi che sta falcidiando l’occupazione e le condizioni economiche delle lavoratrici e dei lavoratori, ma solo richiami alla Cgil perché rientri nell’alveo della condivisione delle scelte berlusconiane.
Ascoltando le dichiarazioni di Monari e di Pomini possiamo dire, senza essere smentiti, che questa sindrome ha contagiato non solo i vertici delle due organizzazioni ma anche la periferia. Ma questi nostri critici dimenticano il merito delle questioni che erano alla base dello sciopero della Cgil. Salario, Fisco, ammortizzatori sociali, investimenti, e sospensione della Bossi-Fini che fino a qualche mese fa erano richieste unitarie .
Uno sciopero, quello del 12 dicembre, che deve essere una prima tappa di una lunga lotta contro le forme di precarizzazione del lavoro, del salario, dei diritti e dei beni comuni. Per questo è importante la scelta della Fiom e della Funzione Pubblica di confermare lo sciopero il 13 febbraio prossimo con manifestazione a Roma. Uno sciopero al quale sicuramente si aggiungeranno altre categorie, territori, singole realtà aziendali, che saprà unire lavoratori dell’industria, del pubblico e studenti in un unico movimento di lotta contro le precarietà sociali e le privatizzazioni dei sevizie e dei beni comuni per dire a questo governo ed al padronato che da questa crisi “non la paghiamo noi” e non si esce spremendo ulteriormente i lavoratori e le lavoratrici.
Una lotta che vede al centro la richiesta di un modello sociale diverso che punti sulla ricerca, sull’innovazione, sulle politiche di risparmio energetico, sulla filiera a chilometri zero e sulle nuove forme dell’intervento pubblico per uno stato sociale meno privatizzato e più rispondente alle esigenze dei cittadini.
Anche gli industriali parlano di una preoccupante impennata dei licenziamenti nel prossimo anno e quindi non c’è tempo da perdere se vogliamo che questa nuova recessione porti a un ulteriore e brusco incremento della povertà e delle disuguaglianze sociali. Gli italiani sono i cittadini europei, dopo gli ungheresi, che si sentono maggiormente a rischio di povertà: un italiano su tre si sente vulnerabile.
Rispondere a questo significa ragionare sull’introduzione del reddito di cittadinanza sganciato dal lavoro e indipendente dal tipo di contratto. “Si tratta di garantire reddito a ogni cittadino e cittadina che abbia compiuto diciotto anni di età. Al tempo stesso è necessario modificare il sistema delle attese sociali” come ha scritto Franco Bifo su Liberazione.
Un reddito che deve finanziato dalla fiscalità generale e dalle imprese attraverso l’aumento dei contributi assicurativi alle imprese che utilizzano quelle forme di contratto atipiche e non a tempo indeterminato. In questo modo oltre a disincentivarne l’uso generalizzato del lavoro precario si darebbe ai cittadini lavoratori un diritto fondamentale: quello di essere cittadini a pieno titolo a prescindere dal lavoro svolto.
Ezio Casagranda
Trento, 20 dicembre 2008





