Democrazia e diritti sotto assedio
Berlusconi con il pretesto di Eluana vuole sfiduciare la Presidenza della Repubblica e la sua funzione di controllo e di garante della Costituzione. Berlusconi ha dato una preoccupante accelerazione al suo progetto di occupazione delle istituzioni e per ribadire la prevalenza della religione cattolica, il Vaticano, sulle leggi dello Stato Italiano e sui pronunciamenti della corte costituzionale. Se Napolitano non ha firmato il decreto legge, poco importa, il Consiglio dei ministri lo scavalca con un disegno di legge identico al decreto. Il disegno di legge è incostituzionale? Non importa, basta cambiare la Costituzione dice Berlusconi, che a suo parere è anche filo sovietica. Questo Governo Berlusconi non è solo pericoloso per la democrazia ma anche per il diritto del lavoro. L’attività del suo governo è stata improntata alla distruzione del dritto del lavoro e oggi si ripropone anche di limitare il dritto di sciopero e quindi restringere gli spazi di democrazia partecipata sia per i lavoratori (nessun diritto di voto sugli accordi sindacali) sia per i cittadini (No al referendum sulla base militare di Vicenza) che si battono in difesa del territorio dalle devastazioni ambientali. Credo che ormai sia chiaro che il progetto della P2 (vi ricordate di Gelli?) avanza a grandi passi (dall’informazione alla divisione sindacale) e il tutto avviene nel quasi silenzio della sinistra, troppo presa nel suo piccolo orticello, per lanciare una campagna nazionale a difesa della democrazia e della Costituzione. Lo stesso PD è pervaso da schizofrenia politica. La mattina lancia strali contro il governo e nel pomeriggio vota una legge elettorale sulla soglia del 4%; ogni giorno accusa il governo per la sua incapacità di affrontare, con misure adeguate, questa crisi e poi si divide sull’accordo separato e balbetta sulla scelta della Cgil di non firmare un accordo che programma la riduzione dei salari e della retribuzioni. Per contrastare questa deriva autoritaria del governo e delle associazioni padronali che vogliono utilizzare la crisi per dare il colpo mortale alla democrazia e ai diritto del lavoro serve una Cgil compatta e determinata nella sua iniziativa come condizione per cercare di cambia questo stato di cose. Opporsi ad un accordo che prevede la riduzione del potere di acquisto dei salari e apre la strada alla manomissione del diritto di sciopero sancito dalla Costituzione è una battaglia fondamentale per la democrazia. Per questo diventa dirimente dare la parola ai lavoratori nelle assemblee i quali devono poter discutere, confrontarsi e votare sugli accordi che gli riguardano. Una necessità che non sembra coinvolgere l’intero corpo della Cgil ancora troppo preso dalla gestione dell’esistente e quindi incapace di dare quel segnale che milioni di lavoratori e lavoratrici si aspettano dal nostro sindacato, dal più grande sindacato italiano. Per questo la Cgil deve divenire punto di riferimento non solo per il mondo del lavoro, ma anche per quei milioni di cittadini, di giovani, di democratici, di gente comune che si oppongono alle politiche governative di devastazione del territorio, che si battono per i diritti, contro la privatizzazione dei beni comuni e contro le politiche di guerra. Ma per fare questo serve un vero cambiamento di rotta da parte dei gruppi dirigenti del più grande sindacato italiano, un cambiamento che ancora non si riesce a vedere all’orizzonte.
Ezio Casagranda
Trento, 8 feggraio 2009
Laicità e libertà: il caso Maiani
Tempi duri per i laici, ma anche per milioni di cattolici onesti in Italia. Tempi così duri da evocare davvero il processo “onesto e giusto” contro Galileo Galilei. Così duri da evocare le liste di proscrizione dei regimi totalitari. Così duri da paventare che presto tra i requisiti per accedere alla docenza universitaria potrebbe essere necessario un giuramento di fedeltà a Benedetto XVI.
In un’Italia dove non si possono condannare i corrotti, dove mafiosi, inquinatori, evasori fiscali, arricchiti a spese del bene comune, politici corrotti e imbroglioni di ogni risma agiscono indisturbati, in questa babilonia di illegalità e di arroganza, sono finiti sul banco degli imputati un gruppo di scienziati. Il muovo nemico è il laico. Laico come alieno, laico come grillo parlante, come paria in uno stato che ha scelto una versione confessionalista della laicità.
Ma veniamo al caso specifico. Nella seduta del 16 gennaio della 7a commissione del Senato, al prestigioso fisico Luciano Maiani non è stata ratificata la nomina a presiedere il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) perché “colpevole” di essere tra i firmatari della famosa “lettera dei 67” del 20 novembre scorso, con la quale si riteneva inopportuno l’invito a Joseph Ratzinger per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma La Sapienza.
Solo il 21 dicembre scorso, il fisico romano Luciano Maiani era stato nominato Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e, sulla base dei suoi titoli, tutti si erano dichiarati soddisfatti. Restava la ratifica del Senato, un proforma da tenersi ovviamente solo sulla base del curriculum scientifico dello studioso. Ma non è andata così: con un dibattito surreale in Senato la sua nomina non è stata ratificata ed è stata chiesta un’audizione del ministro Fabio Mussi. La colpa di Maiani è apertamente ammessa: ha firmato la “lettera dei 67” e quindi sarebbe incompatibile con l’incarico. Il dibattito in Commissione è simbolico dell’Italia di oggi e merita di essere riassunto.
Per il senatore di Forza Italia, Franco Asciutti, alla luce della posizione espressa contro il papa, Maiani sarebbe “incompatibile con un atteggiamento equilibrato e laico”.
Prova a difenderlo Andrea Ranieri del PD, ma la pezza è peggiore del buco: “suvvia, Maiani è su posizioni moderate, ha firmato sì la lettera ma solo per il Rettore, non voleva diventasse pubblica”. Insomma, per Ranieri Maiani è colpevole, ma di peccato veniale. In generale, gli interventi del PD sono tutti improntati a prudenza e cerchiobottismo. Si rendono conto della pretestuosità, della gravità e della pericolosità come precedente, ma preferiscono restare nel mezzo, ribadire la loro condanna dei rei e alla fine far passare uno scandaloso rinvio.
Dopo Ranieri prende la parola Maria Agostina Pellegatta, Verde lombarda, che finalmente dice una cosa banalmente sensata: “siamo chiamati a giudicare i titoli di Maiani, non le sue opinioni”.
Basta ciò per fare impazzire di rabbia l’italoforzuto Egidio Sterpa. E’ il più noto tra i coinvolti, già ministro in quota PLI durante la prima repubblica, con una condanna in via definitiva per tangenti nel caso Enimont: “abbandono l’aula per protesta contro l’intolleranza”. Amen.
Da lì, se mai ve n’era stato, si perde il lume della ragione. Luca Marconi dell’UDC teme addirittura che Maiani non sia in grado di assicurare la libertà d’espressione.
Ma è Giuseppe Valditara di AN che passa il segno: “Maiani deve chiarire la sua posizione per poter valutare se è compatibile con l’incarico”. Che “chiarire la sua posizione” riecheggi l’abiura chiesta a Galileo non può sfiorare Valditara. Parlano vari altri, ma alla fine la decisione è presa, il Senato della Repubblica non ratifica la nomina di Maiani e convoca il Ministro Mussi.
Questo è quanto è successo in Commissione. Luciano Maiani passerà, prima sotto le forche caudine, poi, a meno di incredibili novità, come presidente del CNR. Ma il segnale che viene dato al paese e all’Università è gravissimo: abbiamo i vostri nomi e possiamo danneggiarvi nella vostra carriera come stiamo facendo con il più potente di voi. In questi giorni centinaia di docenti, ricercatori e precari della ricerca, oltre a migliaia di liberi cittadini stanno firmando due appelli (<http://www.historiamagistra.com/news.php> e <http://www.petitiononline.com/386864c0/petition.html>) . E’, di fatto, una lista nera. Come accaduto in Senato per Maiani, come possiamo essere sicuri che domani non accadrà per un concorso universitario o per un posto pubblico?
Tratto dal Blog di Gennaro Carotenuto. Sintesi di Sigrid Marchiori
ICI e la FEDE
Ezio Casagranda Trento, 21 agosto ’07






