Decrescita: alternativa al nucleare
Calo dei consumi, mutui alle stelle e salari alle stalle, bollette energetiche impazzite, benzina a prezzi proibitivi, inflazione al 4%, attacco ai diritti sociali e di cittadinanza, xenofobia a razzismo dilaganti sono i segnali di una situazione sempre più drammatica e l’Italia anziché rialzarsi, secondo i dettami degli spot elettorali, sta piagandosi su se stessa in una spirale che rischia di essere senza uscita. Le famiglie italiane in crescente difficoltà stanno cambiando le proprie abitudini. Ripiegano per i propri acquisti sui negozi cinesi (soprattutto per quanto concerne l’abbigliamento) e scelgono prodotti di scarsa qualità, fanno scorte alimentari seguendo le offerte promozionali dei discount e, chi può permetterselo, coltiva il pezzo di terreno per avere frutta e verdura di buona qualità a basso costo.
Siamo davanti ad una congiuntura economica che sta determinando un decadimento del benessere individuale e per questo sempre più famiglie sono costrette ad acquistare merci a basso costo di qualità scadente, importate da paesi a migliaia di km di distanza e dalle dubbie qualità sia sotto l’aspetto organolettico sia dal punto di vista nutrizionale.
Ormai anche parte del ceto medi è costretto ad operare delle rinunce che mettono a repentaglio il suo benessere e la qualità della sua vita, solamente al fine di ottenere un risparmio monetario che possa permettergli di sopravvivere.
Le scarsità delle risorse ambientali ci dicono che questo modello basato sulla crescita infinita dei consumi è al capolinea e richiede un radicale cambiamento del modello economico che eviti l’impoverimento delle persone e punti al loro benessere sociale.
La teoria che solo se si produce nuova ricchezza è possibile aumentare i salari in questo momento mostra tutte le sue contraddizioni e la sua vena ideologica che mira ad una redistribuzione delle risorse e dei poteri a favore delle multinazionali e dei paesi ricchi.
Questo è dimostrato anche da quanto emerso dal G8 del mese scorso e dal fallimento degli accordi commerciali al WTO.
Io credo sia giunto il momento di affrontare il tema della decrescita. Una scelta con cui anche il sindacato deve iniziare a confrontarsi ricercando strade e modelli sociali alternativi alla teorizzata politica produttivistica che ha caratterizzato le scelte di fondo del sindacalismo italiano ed europeo.
E allora non di centrali nucleari bisogna parlare ma della valorizzazione della più importante fonte energetica pulita e a basso costo, capace di creare occupazione stabile e con elevata professionalità che si chiama RISPARMIO NERGENTICO.
Dalle politiche abitative alle ristrutturazioni in funzione del loro rendimento energetico, creando in questo modo posti di lavoro e risparmi dei consumi, (altro che privatizzazione dell’ITEA) miglioramenti nelle reti di distribuzione dell’energia e dell’acqua e quindi tagliando gli attuali sprechi energetici. Politica dei prezzi sul versante alimentare nella catena distributiva va privilegiata la filiera corta ed i prodotti locali in un’ottica di ridotta movimentazione delle merci, che significa minori costi, risparmio economico e miglioramento della qualità degli stessi prodotti. (vedi prodotti a Km zero nel Veneto).
Opporsi a questa globalizzazione dove persone sempre più povere sono costrette ad acquistare merci sempre più povere (il cui costo è determinato in larga parte dal loro trasporto inquinante per migliaia di km) e lottare per una società a misura d’uomo e quindi privilegiare la qualità alla quantità ed al gigantismo.
Il contrario delle politiche delle grandi opera come la TAV, il Tunnel del Brennero o il ponte sullo stretto che sono opere costose, devastanti da punto di vista dell’ambiente e del territorio oltre che ENERGIVORE dal punto di vista dei costi di costruzione e di manutenzione.
La decrescita non è un’utopia ma una contingente necessità se vogliamo evitare che questo modello sociale,nel momento in cui calano i consumi ha creato esclusione sociale, precarietà, nuove povertà e una insicurezza diffusa che il governo cerca di nascondere alimentando il razzismo e la xenofobia.
Il sindacato, ha il coraggio di affrontare questa nuova sfida sul modello di sviluppo ?
Ezio Casagranda – Filcams Cgil del Trentino
Trento, 31 luglio 2008
Berlusconi sbaglia. Non c’è più spazio per crescere.
Apprendiamo dai mezzi d’informazione che “crescita” è la parola chiave del discorso con il quale Silvio Berlusconi ha chiesto alla Camera la fiducia al suo quarto governo.
Al Presidente del Consiglio vogliamo ricordare che sono già cresciuti a dismisura gli indicatori ambientali e sociali che suggeriscono, invece, un deciso cambio di rotta nella direzione di una riduzione drastica dei consumi. Sono cresciuti i rifiuti urbani del 12% negli ultimi 5 anni fino a raggiungere i 32 milioni di tonnellate/anno nel 2006.
È cresciuta la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera fino alle 390 parti per milione – negli ultimi 650.000 anni non aveva mai superato le 300 parti per milione. Allo stesso tempo crescono le temperature medie del pianeta e i fenomeni climatici estremi crescono in numero e intensità.
È cresciuto il livello di inquinamento delle nostre città e il numero di persone, soprattutto bambini, che si ammalano a causa della cattiva qualità dell’aria.
È cresciuta la percentuale di terreni agricoli desertificati a causa dell’agricoltura chimica e intensiva, fino al 27%, un terzo del totale.
È cresciuta l’impronta ecologica degli italiani: oggi consumiamo 2 volte e mezza le risorse naturali che un territorio grande quanto l’Italia sarebbe capace di produrre. È cresciuto il prezzo del petrolio, fino a superare i 120 dollari al barile. È cresciuta la disoccupazione e la precarietà del lavoro contemporaneamente alla crescita della globalizzazione dei mercati e dell’economia.
È cresciuta la disoccupazione anche in seguito all’introduzione di impianti altamente automatizzati come gli inceneritori di rifiuti – l’inceneritore di Brescia occupa una decina di persone a fronte di un investimento di 350 milioni di euro, il centro di riciclo di Vedelago (TV), ne occupa 64!
E’ impossibile crescere ancora senza compromettere definitivamente la qualità della nostra vita: non c’è più lo spazio fisico per proporre, come si fa da decenni, una crescita infinita e senza limiti.
C’è, invece, lo spazio per migliorare il nostro benessere attraverso una drastica riduzione dei nostri consumi, che in gran parte sono sprechi.
Per produrre e consumare energia elettrica, sprechiamo la metà dei combustibili fossili che importiamo. Il 40% dei nostri rifiuti sono imballaggi che sprecano plastica, vetro, carta, metalli. Le nostre case sprecano oltre il 70% dell’energia usata per il riscaldamento.
Crescere ancora significherebbe soprattutto far crescere ancora questi ed altri sprechi.
Ridurre i consumi significherebbe, invece, creare nuove occasioni di lavoro nell’industria della riduzione dei rifiuti, del riciclaggio, dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili di energia, ma significherebbe anche migliorare la qualità dell’aria, dell’acqua, del territorio e, in definitiva, della vita.
La qualità della nostra vita non dipende da quante merci riusciamo a consumare. Al contrario, ridurre l’invadenza delle merci e dei consumi nella nostra vita è l’unico modo per migliorarne la qualità: siamo giunti a un tale livello di spreco che qualsiasi attività umana può essere fatta con minore impiego di risorse naturali, minori scarti e minore inquinamento.
Si tratta di una riflessione che il proponiamo all’intera classe politica italiana per sollecitare un cambiamento epocale di cultura e mentalità oggi più che mai necessario.
Il Movimento per la Decrescita Felice
Carlo Franceschelli
Associazione Movimento per la Decrescita Felice Via Fantinoli 50
00047 Marino (Rm)
Email segreteria@decrescitafelice.it
Sito web http://www.decrescitafelice.it
Crescita e speculazioni
Un tenero sguardo al tranquillo e sereno mondo della borsa!! Solo qualche Miliardo di euro bruciato ogni giorno per speculazioni!!
Trecento miliardi di dollari: a tanto ammontano le perdite a causa del crack dei mutui subprime e questo quadro è destinato a peggiorare in un contesto di significativo rallentamento economico. Questo è quello che va sostenendo il FMI (Fondo monetario internazionale) e come cura il suo Direttore propone l’intervento dei governi per salvare la situazione.
L’intervento pubblico (per salvare il sistema creditizio) è diventato una costante: lo hanno praticato in Gran Bretagna con la Northern Rock e negli Stati uniti per il salvataggio della Bear Stearns.
Anche il nostro Mario Draghi va proponendo che dove non arrivano i capitali privati è necessario l’intervento del capitale pubblico. Insomma, il nostro presidente della Banca d’Italia propone una specie la vecchia ricetta della socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti,. trova sempre più sostenitori.
E mentre Draghi propone che per salvare le banche intervengano i governi con forti iniezioni di capitali allo stesso modo chiede che per le aziende in crisi (vedi Alitalia) non debbano esserci aiuti di stato per salvare l’occupazione e che i salari non debbono aumentare altrimenti si innescherà una pericolosa spirale prezzi-salari. Come dire: il lavoratori con reddito fisso devono pagare la crisi senza fiatare.
Un chiaro esempio di come anche i grandi banchieri ed illustri economisti sono armai al servizio delle grandi multinazionali e ci dicono, senza vergognarsi della loro contraddizione che l’intervento dello Stato non deve svolgere un ruolo di regolatore e di erogatore si servizi ma solo come riserva e garanzia delle operazione speculative e delle rendite finanziarie.
Un meccanismo collaudato che si applica anche al finanziamento delle grandi opere infrastrutturali come la TAV e i rigassificatori. Le decisioni sono dei privati mentre i soldi sono pubblici in quanto garantiti dallo Stato.
Se non vogliamo condannare milioni di persone, anche in Italia a vivere senza casa e senza lavoro dobbiamo affrontare il problema del modello di sviluppo e del modello sociale. Dobbiamo porre al centro dello sviluppo il benessere economico e sociale del cittadino anziché le rendite e la speculazione.
Quello delle necessità di rilanciare una crescita indifferenziata è ormai un disco rotto che non può più essere riparato. Va sostituito con proposte che parlano di sviluppo della qualità sociale ed ambientale perché meno produzione e consumo non significa meno posti di lavoro.
Infatti se puntiamo al risparmio energetico ci saranno meno centrali ma più lavoratori addetti alla coibentazioni delle case. Se puntiamo sulle fonti energetiche alternative ( solare, eolico ecc) magari i petrolieri saranno contro ma un imprenditore che opera con energie alternative sarà a favore. Politiche che risparmiano la natura e aumentano l’occupazione sono possibili, anzi sempre più necessarie
Ezio Casagranda - Filcams Cgil del Trentino
Trento, 13 aprile 2008
Decrescita: una scelta obbligata
Anche i segnali che provengono dalla natura sono eloquenti dalla caduta delle Dolomiti ai vari disastri ecologici che periodicamente si abbattono sulla terra. Molti scienziati richiamando i cambiamenti climatici in atto chiedono di porre fine a questo modello sociale fondato sulla distruzione delle risorse naturali e dell’ambiente.
Affrontare questa situazione significa iniziare a ragionare su un modello di sviluppo che faccia perno sulla decrescita. Non è una bestemmia ma una impellente necessità dettata dalle esigenze e dai limiti imposti dalla natura. Decrescere non significa tornare indietro e perdere occupazione, ma risparmiare risorse e materie prime. La società della crescita ha bisogno di produrre continuamente nuovi beni, con tecnologie atte a ridurre i tempi di produzione senza tenere conto dello spreco energetico e degli impatti ambientali. Tutto ciò ha portato ad un costante e impetuoso aumento delle merci abbandonate e della perdita di materie prime trattate come rifiuti. La società della crescita è la società dei consumi e dei rifiuti e il loro incenerimento è antieconomico, oltreché pericoloso per la salute dell’uomo e dell’ambiente.
La decrescita non è un opzione: la decrescita ci sarà perché si scontrerà con i limiti della natura (aumento CO2 con conseguenze sul clima e sugli esser viventi animali e umani e fine del petrolio). Le nostre decisioni attuali potranno solo far sì che, come spesso accade, non siano i più deboli ad avere la peggio e pagarne le conseguenze più gravi. Una sfida per la sinistra e per il sindacato. La sapranno affrontare? In attesa di una risposta dobbiamo partire dal basso con una discussione approfondita e di merito.
Ezio Casagranda – Filcams Cgil del Trentino
Trento, 17 ottobre 2007





