Pubblicato da filcamstrento su 27, Giugno 2008
L’inflazione è al 3,6% mentre i prezzi dei generi alimentari aumentano con percentuali a due cifre e quello che riesce a proporre Confindustria è che l’inflazione sia pagata dai lavoratori. Concordo con Nicoletta, sulla questione salariale e sulla questione fiscale il sindacato è inspiegabilmente latitante. Una situazione che ci fa dire che, forse, anche il sindacato abbisogna di una nuova presa di coscienza sulle reali condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici a partire dal fatto che non si può vivere con le attuali retribuzioni da fame.
Parlare di energie rinnovabili e di decrescita non deve essere un tabù ma le condizioni per un modello sociale diverso dove il consumo di cultura non sia privilegio di pochi ma un diritto di tutti.
Negli ultimi anni si è assistito ad una intensificazione sfrenata della prestazione lavorativa e dello sfruttamento mentre sono mancati gli investimenti in ricerca, innovazione e valorizzazione del lavoro (leggi contratti).
Certo, la crisi è globale ma se in Italia è più grave forse è anche causa dei pochi investimenti (su cui i fannulloni dì Brunetta possono fare poco) e della incapacità storiche dell’impresa italiana di competere sulla fasce alte del mercato, di investire in ricerca e sviluppo limitandosi a rivendicare politiche di svalutazioni prima e attualmente di precarizzazione del lavoro.
Infatti, la stragrande maggioranza delle imprese italiane (vedi Confindustria) poggia su una struttura produttiva vecchia di oltre 50 anni e quindi punta solo sul basso costo del lavoro da attuarsi attraverso la riforma della contrattazione e ulteriori forme di precarizzazione sociale e del lavoro per milioni di lavoratori e cittadini.
Basta vedere il Contratto del Terziario per capire che da parte delle imprese, anche di quelle commerciali, l’obbiettivo è quello di cancellare la contrattazione collettiva per arrivare al contratto individuale fra azienda e lavoratore.
Forte è il rischio che le richieste di Confcommercio escano dalla finestra per entrare dalla porta passando dal tavolo contrattuale a quello del governo. In questo senso vanno le norme che Sacconi vuole introdurre in materia di orario e di riposi settimanali. Quindi, che senso ha lo spostamento dello sciopero del 28 giugno se i problemi di destrutturazione degli orari e di lavoro sono ancora tutti presenti?
Nello stesso modo spostare il problema degli orari dal CCNL alla contrattazione aziendale significa manomettere uno dei pilastri fondamentali del Contratto nazionale, che è quello della solidarietà con i lavoratori più deboli a partire da uguali condizioni di orario ( le 40 ore, l’orario giornaliero, il riposo settimanale, ferie e permessi, etc).
Nei fatti si accetta la manomissione del Contratto nazionale ancora prima di fare la riforma contrattuale. Non è una bella cosa, ma questo non ci deve scoraggiare, bisogna rilanciare la lotta ed il coinvolgimento dei lavoratori e dei delegati capaci di costruire le condizioni necessarie per un rinnovo contrattuale decente a partire dal salario senza dimenticare le condizioni di lavoro.
Ezio Casagranda - Filcams Cgil del Trentino
Trento, 27 giugno 2008
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Pubblicato da filcamstrento su 20, Giugno 2008
La trattativa sulla riforma contrattuale comincia malissimo, anche se Cisl e Uil sono contente. Mentre la Cgil, chiaramente in difficoltà, dice che non firmerà a tutti i costi. Anche se i costi sono già chiari.
La Confindustria ha chiarito ancora una volta che non ci sarà alcuna contrattazione territoriale per estendere il secondo livello di contrattazione a chi non ce l’ha, a meno di non eliminare il contratto nazionale. Ha poi ribadito che bisogna ridurre il peso del salario nel contratto nazionale. A tal fine si dovrà definire un nuovo indice sull’inflazione, cioè un’inflazione programmata chiamata in un altro modo, a cui legare rigidamente i salari nazionali.
In azienda il salario dovrà essere rigidamente legato alla produttività e si dovranno definire sanzioni che puniscano tutti i comportamenti sindacali indisciplinati. In questo modo la Confindustria accoglie totalmente le minacce della Federmeccanica che ha già dichiarato inaccettabili le prime piattaforme aziendali già presentate.
Mentre la Confindustria presenta il suo conto, il Governo prepara nuovi danni sulla flessibilità. Si preannuncia un provvedimento sugli orari di lavoro, che va in direzione della sciagurata decisione dei ministri europei di permettere l’aumento dell’orario individuale fino a 65 ore settimanali. Si annuncia la cancellazione di quelle poche norme che, in misura largamente insufficiente, avevano corretto la legge 30. Si annuncia così un grande rilancio di tutte le forme di precarietà del lavoro e si dà via libera a una nuova ondata di appalti e subappalti senza controlli.
Così, mentre la Confindustria vuole distruggere la contrattazione, il Governo rilancia la flessibilità selvaggia degli orari e dei rapporti di lavoro. Nonostante tutto questo i leader di Cisl e Uil si dichiarano soddisfatti e ottimisti, beati loro, mentre la Cgil manifesta preoccupazione e incertezza.
La trattativa con la Confindustria riprende martedì 24 giugno e si dovrebbe già discutere del futuro del contratto nazionale. Cominciamo a farci sentire per fermare il disastro.
Rete 28 aprile 2008 - Filcams Cgil del Trentino
Trento, 20 giugno 2008
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Pubblicato da filcamstrento su 4, Maggio 2008
Intervista a Nicola Nicolosi, coordinatore di «Lavoro e società», area tematica della sinistra Cgil
«Così si crea un problema di democrazia»
«Non si può ridurre i direttivi unitari a un momento di ratifica dell’accordo tra i tre segretari»
Sull’ipotesi di riforma del modello contrattuale concordata dai tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil vengono posti problemi sia di merito che di metodo.
Quando si parla di «rappresentanza» il metodo è sostanza. Ne abbiamo già dibattuto nel direttivo Cgil del 29 aprile, e non abbiamo trovato l’assenso comune. Anche all’interno delle grandi organizzazioni sindacali si va affermando questo «spirito della globalizzazione» per cui siamo tutti uguali, tranne i leader. Che hanno un potere superiore a quello degli organismi democratici. Vale i consigli comunali, regionali, per lo stesso parlamento. Qui stiamo parlando della riforma del modello contrattuale che riguarda 17 milioni di lavoratori dipendenti. Ossia di una dimensione più ricca, sul piano della rappresentanza, di quello che tutte le organizzazioni sindacali possono rappresentare.
Tanto meno, perciò, dalle sole segreterie…
Neppure le segreterie hanno finora varato questo documento, che risulta essere una «bozza» dei segretari generali. Nel momento in cui i tre massimi responsabili delle principali organizzazioni trovano un accordo, questo rischia di non essere più mediabile. In democrazia, però, tutto ciò che non è emendabile rischia di diventare un voto di fiducia. Vorrei poter votare sul merito di un documento, senza dover mettere in discussione il leader della Cgil. Nella crisi della rappresentanza e della democrazia, rischiamo di avviarci su un percorso mai discusso, mai definito, che rischia di diventare il percorso verso la post-democrazia. Mi sembra un andazzo pericoloso.
Sul piano dei contenuti: è ancora il vecchio testo, più la parte sulla rappresentanza
Siamo ovviamente nel campo delle supposizioni. Che ci debba essere un nuovo modello contrattuale è fuori discussione. Ma quale deve essere la sua missione? Credo debba essere quella di recuperare potere contrattuale, dare vigore al contratto nazionale, in particolare deve redistribuire più reddito a favore dei salari.
Si parla invece di detassazione degli straordinari.
Quello è un altro modo di indebolire il sindacato e metterlo fuori gioco. Per questo non riesco a capire l’atteggiamento dell’attuale gruppo dirigente della Cgil. La detassazione va nella direzione del rapporto diretto tra il singolo lavoratore e il datore di lavoro. Era anche alla base del «patto per l’Italia» del 2002. Se è così, ci stiamo piegando a un percorso che la Cgil non ha mai definito e che anzi aveva rifiutato.
Si va a un confronto nella Cgil, con la richiesta di una consultazione di tutti gli iscritti?
Sostenere solo la consultazione degli iscritti è limitativo. Il modello contrattuale varrà per 17 milioni di lavoratori. Non possiamo ripetere l’esperienza del protocollo di luglio. Ci devono essere regole chiare, far circolare le opinioni diverse, senza richiami alla disciplina di organizzazione; bisogna creare le situazioni in cui le opinioni in campo possano essere valutate da iscritti e non. Inoltre, sul modello contrattuale non dovrebbero votare i pensionati, che non ne verranno toccati.
Francesco Piccioni Il Manifesto 3-5-08
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Pubblicato da filcamstrento su 19, Aprile 2008
Montezemolo vuole cancellare il contratto e il sindacato. Questo è quanto si evince dalle sue dichiarazione riportate dai giornali. «Basta negoziati infiniti, i lavoratori sono più vicini a noi che ai sindacalisti incapaci di difenderli» tuona l’ex presidente di Confindustria in pena sintonia con il nuovo presidente Marcegaglia. La strada è quella della trattativa diretta con i lavoratori basato su una relazione diretta e individuale, copiando il modello della Tod’s di Della Valle e chiede al Governo la detassazione degli straordinaria, salario variabile e legato all’andamento dell’impresa.
Un attacco pesante alla contrattazione collettiva, sia nazionale che aziendale o territoriale che dir di voglia, e alla stessa rappresentanza di Cgil, Cisl, Uil che senza mezze parole vengono definite la “casta dei veti” come se la tutela dell’occupazione, dei diritti e del salario fossero dei privilegi da combattere.
Ora, appare chiaro cosa intendono i padroni per riforma della contrattazione e nascondersi questa verità sarebbe grave per il sindacato e per i lavoratori. Non a caso Montezemolo gioca a suo favore la situazione dei bassi salari dovuta a 15 anni di concertazione ma che lui imputa alla scarsa rappresentanze dei sindacati per proporre la via delle elargizioni una tantum e i premi personali legati alla disponibilità del lavoratore di adeguarsi alle richieste delle imprese. Della serie, i lavoratori e loro “rappresentanti” si trovano becchi e bastonati con salari da fame e con la prospettiva che vanga cancellata qualsiasi forma di rappresentanza sociale all’interno del posto di lavoro.
Disarmati e deludenti appaiono le reazioni di Cgil Cisl e Uil che si limitano a dire che Montezemolo “soffia sul fuoco” senza accorgersi che uscita dal parlamento la sinistra ora Confindustria chiede che esca di scena la contrattazione collettiva, la solidarietà sociale e qualsiasi forma di controllo sulle decisioni unilaterali dell’impresa. Ed infatti, non a un caso, fra le richieste di Confindustria c’è anche la neonata legge contro gli infortuni.
Io credo che l’arroganza di Montezemolo meriti una risposta forte e convincente. Nessuna trattativa sulla riforma contrattuale è possibile con quanti teorizzano la tua scomparsa come soggetto contrattuale autonomo.
Quindi visto che il problema salariale persiste, anche dopo al campagna elettorale, il sindacato deve aprire una vertenza generale con il Governo per l’introduzione di un meccanismo automatico di tutela dei salari e la restituzione del drenaggio fiscale. Sulle altre questioni, dagli infortuni alle politiche industriali, il sindacato deve riprendere il conflitto e la contrattazione.
Ezio Casagranda
Trento, 19 aprile 2008
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Pubblicato da filcamstrento su 31, Marzo 2008
Sono passati 10 giorni dal grande sciopero della distribuzione cooperative e del terziario e non abbiamo notizie di come proseguire l’iniziativa. Di ripresa del confronto come di altre iniziative di lotta non c’è traccia e giustamente i delegati, vedi commento di Fiorenza, (che condivido in toto) i lavoratori e le lavoratrici si chiedono cosa stia succedendo. Se il sindacato tace, forse tutti aspettando i risultati elettorali, le aziende continuano il loro pressing (leggi ricatti) nei confronti dei lavoratori che hanno scioperato.
Una situazione inaccettabile e che rischia di disperdere quel patrimoni di lotta e di iniziativa che abbiamo costruito a tutti i livelli. Non possiamo deludere i lavoratori e i nostri/e delegati/e che per la riuscita di questo sciopero hanno dato l’anima e si sono esposte verso i vari capi. Basta vedere quanto successo in Coop per rendersi conto che l’assenza di iniziative sindacali rischia di essere devastante per la nostra credibilità.
Per questo domani a Rovereto aprirò la conferenza di organizzazione della Filcams richiamando l’attenzione dei delegati/e su due importanti momenti di lotta della categoria: la chiusura, per ritorsione, di un negozio pere zittire le lavoratrici che hanno “osato” rivendicare i loro diritti; la grande manifestazione in occasione dello sciopero per il CCNL. Ambedue le vicende anche se diverse sono collegata da un unico filo conduttore. RIVENDICARE i tuoi diritti (dalla paga al contratto) per i padroni non è più tollerabile. Vogliono tutto dalla tua intelligenza fino al tuo tempo. Infatti nel primo caso hanno chiuso il negozio nel secondo caso i capi reparto hanno messo in atto pressioni inaccettabili (fino a dei veri e propri ricatti) nei confronti di chi voleva scioperare.Due spaccati del mondo del lavoro che consegnano alla Filcams la responsabilità di dare le necessarie risposte alle aspettative espresse dalle lavoratrici in questo sciopero o nel rivendicare, con la lotta, la loro dignità.
Bisogna valorizzare questa grande potenzialità espressa dallo sciopero e quindi va riconvocata l’assemblea dei delegati per decidere come procedere con le iniziative. Dobbiamo ripartire dalla gente, dai posti di lavoro dove emergono situazioni di lavoro da terzo mondo per rilanciare la nostra iniziativa sui temi caldi del contratto ma anche nei confronti delle Amministrazioni Comunali sulla questione delle aperture domenicale e sul lavoro domenicale e festivo. Quindi rimettere in moto la nostra capacità di mobilitazione e di aggregazione sia sul contratto che sulle tematiche sociali.
Ezio Casagranda - Filcams Cgil del Trentino
Trento, 31 marzo 2008
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