Dove va la scuola trentina?
CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE SUI NUOVI PIANI DI STUDIO PROVINCIALI DEL II CICLO DI ISTRUZIONE E FORMAZIONE
A proposito del destino dell’Istruzione professionale statale in Trentino mi pare eloquente una Nota della Giunta provinciale il del 5 novembre 2009 la quale osserva che il Regolamento governativo sulla riforma dell’Istruzione professionale statale del maggio 2009, ancora in fase di discussione (Regolamento che ha avuto il parere negativo sia del Consiglio nazionale della pubblica istruzione sia della Conferenza di regioni e province autonome, in quanto la materia sarebbe di competenza esclusiva di queste ultime) prevede tre novità che snaturerebbero l’istruzione professionale rendendola, si dice, “quasi indistinguibile dai percorsi dell’istruzione tecnica e non più in grado di assicurare risposte adeguate alle domande dell’attuale utenza di questi indirizzi”.
Le tre novità sarebbero: la riduzione dell’orario settimanale da 36 a 32 ore, la soppressione della qualifica intermedia, che era un’attrattiva per le fasce più deboli degli studenti, il ridimensionamento dell’area professionalizzante e del collegamento con il mondo del lavoro.
La Nota si chiede che senso avrebbe recepire questa Riforma Gelmini: “sarebbe in grado di dare risposte adeguate alla cosidetta utenza debole? Molto probabilmente nessuna! I nuovi percorsi dell’istruzione professionale nascerebbero come percorsi di serie B e sarebbero inutili doppioni”.
La nota prosegue dicendo che :”il Trentino è nelle condizioni ottimali per razionalizzare l’offerta formativa su tre gambe: licei, istituti tecnici, istruzione e formazione professionale” e aggiunge che il consolidato sistema trentino della Formazione professionale intercetta quasi il 20% degli studenti. La nota denuncia poi che il 26% degli studenti degli Istituti professionali statali della provincia di Trento vengono bocciati il primo anno e il 17% il secondo (dati 2009). La colpa, si dice, non è loro: “ma di un percorso non idoneo a svilupparne i talenti e le attitudini”. “ Si tratta di orientare meglio questi studenti verso percorsi più idonei alle loro capacità e ai loro interessi”.
La F.P. ,la formazione professionale provinciale è in grado di dare secondo la nota, risposte a questi studenti. Prosegue quindi con un’esaltazione dei punti di forza della F.P. provinciale: la qualifica triennale, il completamento del quarto anno, per poi se si vuole, accedere all’Alta formazione. Per chi volesse raggiungere il diploma di stato e poi magari passare all’università ci sarebbero le passerelle.
A questo punto sono doverose alcune riflessioni.
Risulta chiarissimo che per la Giunta provinciale il vero sbocco dell’utenza degli attuali Istituti professionali statali, compreso il corso ordinario dell’Istituto d’arte, è la F.P. provinciale. La nota però omette di dire con correttezza e onestà cos’è realmente e come è organizzata la F.P. (oltre alle luci anche le ombre). Essa è costituita da 19 Centri di formazione, di cui 10 sono dell’ENAIP, cioè delle ACLI, nessuno è paritario bensì di enti privati, non forniscono un titolo di studio riconosciuto sul territorio nazionale.
Nella F.P. provinciale confluisce una parte di utenza, maggiore rispetto a quella presente negli istituti professionali statali, di studenti con disagio economico, sociale, personale, numerosi BES (Bisogni Educativi Speciali) di tipo C e BES di tipo A (disabilità psico-fisiche). Che questo disagio sia reale lo testimoniano purtroppo anche episodi di violenza accaduti in questi giorni sulla linea 6 dell’autobus per l’ENAIP di Villazzano.
Le passerelle dalla F.P. agli Istituti tecnici sono estremamente difficili per le carenze di fondo nelle materie culturali degli studenti provenienti dalla F.P. rispetto a quelli dei tecnici.
Ma la nota spiega anche un po’ furbescamente e un po’ cinicamente, che non si possono “abbassare i livelli costruendo percorsi teorici sempre più semplificati fino ad arrivare alla ghettizzazione culturale”, riferendosi all’istruzione professionale statale che così com’è non sarebbe idonea a sviluppare talenti e attitudini che sarebbero invece sviluppati dalla F.P. (ma il fatto che sia possibile insegnare filosofia, ad esempio, in una scuola a vocazione professionale come l’Istituto d’arte dimostra il contrario).
La nota non dice che le assunzioni del personale docente nella F.P. non avvengono per concorsi pubblici, per titoli ed esami come nella scuola a carattere statale, non dice che ci sono docenti non laureati o con lauree non coerenti con le materie di insegnamento.
Questo ragionamento, a mio avviso, vale anche per gli Istituti d’arte come il “Vittoria” di Trento nel quale insegno: la sua licealizzazione fa sparire in un sol colpo una scuola che poteva, come gli istituti professionali statali, rispondere a una “fascia debole” di studenti, debole per le ragioni più diverse, anche economiche, ai quali si dava la possibilità di progredire, di acquisire cultura, ma anche competenze e un titolo da spendere in ambito lavorativo, magari impiegandoci uno o due anni in più (la Nota non dice che le alte bocciature nel primo e nel secondo anno di questa fascia di studenti non significa un loro abbandono della scuola, un loro riorientamento al lavoro, significa quasi sempre invece che ripeteranno, che si darà loro più tempo per maturare).
Per tutte queste ragioni, la battaglia per la difesa e semmai il potenziamento dell’istruzione professionale statale, compresa quella artistica, così come ovviamente il potenziamento della F.P. a partire dalla provincializzazione di tutti gli enti, con più risorse per i BES anziché gli attuali tagli, è una battaglia giusta da sostenere, accanto a quella per la conservazione dei i posti di lavoro. La perdita di cattedre è cancellazione di risorse culturali e professionali, è disoccupazione per i precari, la fascia più debole di tutti i lavoratori della scuola che con i tagli dei laboratori, con la licealizzazione degli Istituti d’arte, perderanno il posto di lavoro senza ammortizzatori sociali, così come con il taglio delle ore di laboratorio agli ITI vengono colpiti gli ITP, gli insegnanti tecnico pratici, espulsi dalla scuola.
E poi seguiranno, nel disegno della Giunta provinciale “razionalizzazioni” di sedi, cioè soppressioni di scuole sul territorio (Levico, IPSCT M. Curie, IPC Martini di Mezzolombardo per citare quelle a rischio), tagli di personale ATA accorpamenti amministrativi. Un unico polo delle arti cosa significherebbe in concreto? Un’unica amministrazione, un unico Collegio docenti fra Trento e Rovereto, fra Vittoria e Depero? Per tutte queste ragioni la CGIL non doveva firmare il Verbale di concertazione con l’Asessora Dalmaso, non doveva preoccuparsi di dare il nulla osta alla controparte, ma continuare a rappresentare le preoccupazioni, le istanze, le rivendicazioni dei lavoratori della scuola che oggi si mobilitano e chiedono di far slittare l’avvio della riforma, dei nuovi Piani di studio provinciali, per dare anche certezza alle famiglie che devono scegliere la scuola per i loro figli.
La CGIL è sempre in tempo a non farsi fagocitare dall’amministrazione provinciale e assumere e sostenere le ragioni e la mobilitazione del lavoratori della scuola!
Non ho toccato né la questione dei tagli agli ITI, né il riordino delle discipline ai licei, né il biennio unico, ma ho voluto puntare l’attenzione su quella “gamba” dell’istruzione che a tutt’oggi più delle altre fa da argine alla ghettizzazione culturale e sociale, che peraltro è aggravata dalla crisi e resiste all’avanzare di una scuola sempre più classista, destinata con questa riforma ad esserlo ancora di più in futuro (le competenze professionali che , ad esempio, i nuovi licei artistici non potranno più dare, gli studenti dovranno acquisirle pagando le scuole private di design mentre nella scuola sono aboliti di fatto gli stage).
Patrizia Rigotti – Direttivo prov.le FLC – CGIL
Trento, 19 novembre 2009
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