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Contro tutte le precarietà

Draghi attacca le pensioni

draghiForse è ora che anche Draghi prenda la via del pensionamento e lasci ad altri il compito di controllo (Sic!!) sull’andamento dell’economia, ma soprattutto sull’andamento del paese reale.
L’uscita del governatore della Banca d’Italia non e solo provocatoria e fuori dalla realtà, ma offensiva per milioni di lavoratori e lavoratrici che hanno lavorato e sudato per arrivare, dopo 40 anni di fatica ad una pensione che, col passare degli anni sarà sempre più misera.
Una provocazione inaccettabile, tanto che sia le forze sociali che lo stesso Governo hanno detto che non è necessario alzare l’età pensionabile.
Purtroppo dobbiamo registrare che, anche in una situazione positiva ( e non sono previsti crolli) dei conti dell’INPS Draghi insiste sull’innalzamento dell’età pensionabile.
Dopo Bonanni che al congresso della Cisl del maggio scorso ha chiesto con la riforma delle pensioni anche il governatore Draghi rilancia la vecchia solfa neoliberista per cui il toccasana di tutti i mali sarebbe l’età pensionabile dei lavoratori.
Da diversi anni, dopo la riforma Dini, ai lavoratori è stata imposta la previdenza integrativa come soluzione alla misera pensione che nel prossimo futuro spetterà ai giovani. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, un fallimento, ma Draghi e Bonanni continuano a non voler vedere che il risultato è stato fallimentare sia dal punto di vista delle adesioni che dal punto di vista del rendimento.
Il primo perché pensa ad una nuova iniezione di soldi dei lavoratori ai fondi pensione e di conseguenza alle banche, il secondo perché vede in questi fondi un occasione per rilanciare un sindacato di mero servizio, completamente istituzionalizzato e rinunciatario sul terreno della contrattazione.
Questi signori non si accorgono che la situazione reale dei lavoratori è drammatica sia dal punto di vista occupazionale per licenziamenti che si profilano all’orizzonte sia sul versante del salario falcidiato dalla cassa integrazione.
Altro che fondi pensione o aumento dell’età pensionabile. Quello che serve è una nuova polita dell’occupazione e salariale capace di salvaguardare i posti di lavoro ed aumentare il valore del salario. Ma per fare questo serve andare in direzione opposta a quella tracciata dall’accordo del 22 gennaio 2009 sulle regole contrattuali, istituire un recupero automatico dell’inflazione reale, definire un salario sociale e puntare sulla riduzione dell’orario di lavoro per salvaguardare l’occupazione.
Per questo alla Cgil non serve un congresso di facciata ma vero. Siamo davanti ad uno spartiacque: se esisterà ancora un sindacato che abbia le caratteristiche del passato oppure ci si piega alle logiche confindustriali accontentandoci di modificare qualche virgole delle decisioni prese in altre sedi.
Ezio Casagranda
Trento, 15 ottobre 2009

15 Ottobre 2009 - Pubblicato da filcamstrento | Sindacato | , , , , , , , , , , | 1 Commento

1 Commento »

  1. Riporto un breve tratto della lunga analisi di Michele Nobile sulla crisi economica che riguarda il tema delle pensioni. Antonio

    Il terzo ostacolo a un new New deal consiste nell’assenza, al momento, di grandi e dure mobilitazioni di massa e nell’involuzione neocorporativa, questa irreversibile, dell’apparato burocratico dei grandi sindacati.

    Costringendo i governi a sussidiare su ampia scale le imprese finanziarie (in primo luogo) e, in minor misura (per ora) le imprese non-finanziarie, la crisi mostra apertamente che le tesi circa la de-territorializzazione del capitale e l’obsolescenza delle capacità di intervento degli Stati nella cosiddetta economia «globalizzata» sono solo ideologia. Quel che è stato reale è, invece, un riorientamento delle politiche economiche e sociali a favore del capitale «nazionale», mirate a flessibilizzare e precarizzare il lavoro. Gli interventi in corso contrastano con l’ideologia «neoliberista» e la sfrenata apologia dell’efficienza del mercato ma si muovono, comunque, nel quadro di una neo-ortodossia: rimedi di emergenza intesi come eccezioni in una situazione straordinaria, risultante da «eccessi» del mercato e da una inadeguata supervisione delle autorità.
    Per quanto riguarda le politiche del lavoro è ribadita, in modo del tutto ortodosso, la priorità della flessibilità occupazionale e salariale (costi diretti e indiretti del lavoro). Banche centrali e governi fungono da «prestatori di ultima istanza» per le imprese finanziarie, ma si guardano da fungere anche da «datori di lavoro di ultima istanza», ponendo la salvaguardia dell’occupazione al centro della politica economica.
    Si consideri, a titolo d’esempio, il sommario delle indicazioni del rapporto Ocse Going for Growth del 2009 :
    - allungamento dell’età pensionabile e disincentivazione del pensionamento precoce (Austria, Finlandia, Francia, Grecia, Lussemburgo, Turchia);
    - riduzione dell’entità e/o della durata sussidi di disoccupazione (Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda) o maggior rigore nei criteri per l’erogazione (Finlandia);
    - riduzione del costo del lavoro per i giovani e i lavoratori poco qualificati (Francia, Grecia);
    - riduzione delle garanzie occupazionali (Repubblica Ceca, Corea, Germania, Olanda, Portogallo, Turchia);
    - riforma del sistema di contrattazione perché rifletta meglio le situazioni del mercato del lavoro locale e sia più flessibile (Belgio; Finlandia, Italia, Lussemburgo, Spagna);
    - Incoraggiamento di orari di lavoro più lunghi (Svezia);
    - Contenimento della crescita del salario minimo (Turchia);
    - riduzione dei sussidi di invalidità per spingere al lavoro i disabili con substantial capacità lavorativa (Australia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Regno Unito, Svezia, Ungheria) e riduzione dei sussidi sanitari (Svizzera);
    - riduzione del periodo di cure materne a favore di sussidi (Slovacchia);
    - riduzione del «cuneo fiscale» (Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Ungheria);
    - misure per ridurre le distorsioni nel mercato della casa (Danimarca, Slovacchia, Spagna, Svezia).

    Ciò significa che il peso delle contraddizioni deve essere «scaricato» sulle parti più deboli del sistema: che dentro e attraverso la crisi deve aver luogo un processo di ristrutturazione tale da generare nuove aspettative di profitto e nuovi campi di investimento e che essa costituisce occasione per rinnovare l’attacco ai lavoratori. La differenza tra «destra» «sinistra» sarà nei tempi e nei modi. Un processo di «aggiustamento» che sarà lungo, doloroso e pericoloso e che sfocerà non in un qualche equilibrio ma nel rinnovarsi di quelle condizioni di squilibrio e di quelle asimmetrie che sono costitutive dello sviluppo ineguale e combinato del sistema capitalistico mondiale.
    L’elemento che può modificare questa tendenza è lo sviluppo di lotte ampie e dure, tali da innescare una dinamica che non si può, al momento, definire. Ma la sinistra istituzionale partitica e sindacale è un ostacolo su questa strada.

    Commento di antonio | 15 Ottobre 2009 | Replica


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