Filcams Cgil del Trentino

Contro tutte le precarietà

Perchè serve il museo archeologico

museo2Come Filcams-C.G.I.L. del Trentino, unitamente ad un gruppo di operatori archeologici che lavorano in regione, intendiamo proporre alcune considerazioni a margine delle posizioni espresse dall’assessore Panizza sulla questione del Museo archeologico di Trento.
Volutamente accantoniamo la facile ironia con cui si potrebbero contrapporre i soldi pubblici spesi da Panizza per i cori o per i costumi degli Schützen al progetto di ampio respiro culturale di un Museo che, finalmente, valorizzi il patrimonio storico-archeologico del nostro territorio sotto un profilo unitario.
Altri, prima di noi, sono intervenuti nel merito della valorizzazione dei beni culturali, indicando nella progettata struttura museale lo strumento capace di dare nuovo impulso alla ricerca e ad un intero comparto – quello archeologico – che alcuni vorrebbero appiattire nel deprimente quadro di riferimento contrattuale dell’edilizia.
Rilanciare questo settore in provincia, significa sostenere l’ipotesi di un museo archeologico del territorio, ma significa anche riconoscere le nuove professionalità che faticosamente sono state costruite sul terreno dell’esperienza, dando dignità e certezze alla figura dell’operatore archeologico che lavora sul campo. Questa figura professionale merita non solo investimenti economici, ma anche un quadro generale di riferimento contrattuale dove la Soprintendenza confermi il proprio ruolo di committente capace di gestire risorse adeguate e di esigere una comprovata qualità metodologica.
Ciò che serve è un contratto provinciale che sappia riconoscere un’adeguata dimensione alla figura dell’operatore archeologico, puntando al giusto riconoscimento economico così come alla formazione professionale permanente in grado di implementare la specializzazione di imprese e dipendenti.
Sono necessarie nuove regole e definizioni tali da garantire la peculiarità del lavoro archeologico, in un percorso organico dallo scavo alla catalogazione e ai successivi livelli di studio e pubblicazione. Il tutto senza dimenticare le particolarità del settore didattico quale fondamentale veicolo di trasmissione del patrimonio e delle conoscenze storiche alle nuove generazioni nelle scuole.
Per tutto questo, non possiamo che concordare con quanto affermato sulle pagine del vostro quotidiano dal Prof. Ferrari quando afferma: “(…) che in Trentino ci siano pochi reperti è una valutazione priva di fondamento. E le sedi museali territoriali hanno bisogno di un punto forte di coordinamento a Trento”.
E’ sempre per tutto questo che sosteniamo con forza la necessità di un tavolo di confronto con tecnici, operatori del settore, associazioni culturali per dibattere sul futuro dell’archeologia trentina.
Come Filcams e lavoratori del settore riteniamo che Museo e valorizzazione del lavoro archeologico siano due pilastri fondamentali di ogni politica culturale dotata di prospettiva.
Per concludere ci aspettiamo dall’assessore Panizza scelte oculate e coraggiose, capaci di dare nuovo slancio, al di là delle parole, allo studio del patrimonio storico trentino.

La Filcams-C.G.I.L. del trentino – Le R.S.A. del settore.

Trento, 30 ottobre 2009-10-27

31 Ottobre 2009 Pubblicato da filcamstrento | Comunicati Filcams, Sindacato | , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Il posto fisso del ministro TreConti

fotoinseDa giorni la discussione innescata da Tremonti sul valore del lavoro a tempo indeterminato stupisce solo quanti continuano ritenere la flessibilità il toccasana dei mali dell’industria e del nostro sistema produttivo .
Io penso che Tremonti non si è convertito alla logica della stabilizzazione del lavoro ma si è convinto che la crisi non solo erode posti di lavoro, mina la tenuta del nostro sistema sociale e che il marasma sociale che ne seguirà travolgerà i neoliberisti di turno.
Un chiaro tentativo di dare una risposta di destra ai drammi sociali che la destra neoliberista ha prodotto e continua a produrre nel mondo del lavoro.
E’ di qualche giorno l’allarme di Confindustria Junior, che circa un milione di piccole aziende rischiano di chiudere a causa di una ripresa che stenta ad arrivare e che se anche arriva sarà pagata a caro dai lavoratori.
Quindi quella di Tremonti fa parte dell’effetto annuncio. A parole si valorizza il tempo indeterminato nei fatti si licenziano i precari della scuole e della pubblica amministrazione e non si vedono interventi nuovi sugli ammortizzatori sociali sulla riduzione delle tasse su salari e pensioni.
Inoltre questo governo continua con interventi che smantellano norme in materia di prevenzione infortuni, sulle dimissioni in bianco o contro il lavoro nero fino alle norme sugli appalti.
Il tutto mentre la crisi continua a mordere sul lavoro e sulle condizioni materiali di milioni di cittadini, vine vilipesa la democrazia e la partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica, si continua a privatizzare servizi essenziali come l’acqua.
Servizi fondamentali come la scuola, la sanità e la formazione sono taglieggiate dalla scure della Gelmini e di Tremonti.
Insomma se si guarda oltre le veline di governo appare chiaro che non si vede l’uscita dal tunnel della crisi, che le risorse per gli ammortizzatori sono terminate perché assorbite dalle grandi opere (ponte sullo stretto, TAV, ecc.) che servono per arricchire i ricchi e devastare l’ambiente.
La Cgil va al congresso nella prossima primavera e non può eludere i temi del lavoro, dell’ambiente e della qualità sociale del welfare.
Una discussione che non può essere esorcizzata con vaghi richiami all’unità dell’organizzazione per fronteggiare il tentativo di isolare la più grande organizzazione sociale del paese.
Ma unità non può significare ubbidienza al capo significa confronto fra posizioni diverse, fare scelte chiare e coerenti, darsi un progetto chiaro lineare e coerente con l’interesse del mondo del lavoro che dobbiamo non solo rappresentare ma sopratutto difendere dall’attacco del grande padronato e del governo.
Il documento alternativo si fa carico di definire un strategia dell’organizzazione capace di dare voce, diritti e dignità al lavoro e quindi dire basta ad una politica di “complicità” che come le sirene di Ulisse chiamano la Cgil a sottoscrivere la sua condanna a morte.
I lavoratori chiedono di votare e di decidere sul loro futuro. Una esigenza e una scelta che questo congresso non può eludere.
Ezio Casagranda
Trento, 28 ottobre 2009

28 Ottobre 2009 Pubblicato da filcamstrento | Sindacato | , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

La Cgil che vogliamo

inselotta2Allo stato attuale di elaborazione, il documento della commissione politica non corrisponde al congresso di svolta che le firmatarie e i firmatari di questo testo ritengono necessario. Con esso si intende contribuire al lavoro della commissione politica, al fine di verificare convergenze e divergenze. (…)
La CGIL che vogliamo rinnova ogni giorno il suo impegno per la difesa e l’estensione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, degli e delle aspiranti ad un lavoro, dei pensionati e delle pensionate.
La CGIL che vogliamo si batte per la democrazia e per la pace, nel pieno rispetto dell’art. 11 della Costituzione.
E’ così che la storia, il presente, la realtà economica, sociale e produttiva non impone le sue regole ma viene attraversata dalle nostre priorità, viene letta dalla nostra ottica, viene conosciuta e modificata dalle nostre battaglie.
La CGIL che affronta oggi il congresso si è molto allontanata da questo obiettivo: ad una società disgregata dal pensiero dominante della destra, ad un mondo produttivo incapace di fare cultura d’impresa, ad un mercato del lavoro impoverito e precarizzato, diviso nei diritti e nelle tutele, non ha saputo proporre e imporre la propria coerenza, il proprio impianto culturale e strategico fatto di solidarietà, contrattazione, partecipazione, uguaglianza, democrazia, diritti, tutte grandi condizioni che hanno segnato la nostra storia di emancipazione e libertà del lavoro.
Gli anni che ci separano dal Congresso precedente ci hanno visto pericolosamente oscillanti lungo un asse segnato da continui aggiustamenti tattici che progressivamente hanno oscurato la coerenza e la linearità dei comportamenti, mettendo in forse l’esistenza di una linea strategica a guida delle azioni quotidiane.
Il rischio più forte dell’assenza di una strategia, rischio puntualmente verificatosi, è il non riuscire mai a provare a dettare l’agenda delle priorità al governo, alle controparti, agli altri interlocutori sindacali, con l’esito di non contrastare il disegno che governo, controparti, interlocutori sindacali hanno ritagliato per noi, disegno di progressivo isolamento, disegno reso possibile dalla pericolosa intercettazione di quelle scelte con la nostra fragilità.
Quale affidabilità diamo ai lavoratori e alle lavoratrici non avendo contrastato in tutti i modi un accordo confederale sulle regole della contrattazione che palesemente li danneggia? Quale fiducia comunichiamo ai lavoratori e alle lavoratrici non riuscendo a definire una strategia confederale di gestione di un accordo separato? Quale sicurezza diamo ai nostri rappresentati e alle nostre rappresentate che con generosità e passione hanno partecipato alla manifestazione nazionale del 4 aprile, indetta su una piattaforma troppo generica e chiusa con la richiesta di un tavolo di confronto col Governo, richiesta non solo inevasa ma perfino sbeffeggiata? Nonostante queste gravi lacune nella nostra azione e dunque nel rapporto con le persone che intendiamo rappresentare, esse guardano comunque a noi come un punto di riferimento forte, a maggior ragione in un contesto politico, economico e sociale così difficile.
Siamo loro debitori di una riflessione profonda sui nostri limiti, della trasformazione di questa analisi in un rinnovato progetto strategico segnato da radicale discontinuità, da forte cambiamento nei processi di formazione delle decisioni, da ampia e aperta innovazione nell’individuazione di proposte e obiettivi. er questo il Congresso deve essere un momento di confronto democratico sul futuro della nostra Organizzazione, e non la riproposizione, come è avvenuto nel passato, di una impostazione autoassolutoria, a sommatoria, confusa, indistinta, priva di scelte e priorità forti e chiare, dalla quale risulta per giunta completamente assente il tema vero di questa fase: l’esigenza di una forte discontinuità.
Discontinuità nella consapevolezza, non sufficientemente acquisita, della necessità di ridefinire il ruolo del sindacato confederale alla luce dei profondi cambiamenti intervenuti sul piano politico, economico e sociale a livello nazionale e globale.
Discontinuità nella gestione stessa dell’organizzazione per evitare di incorrere nei limiti già registrati.
La realtà ci presenta oggi quattro priorità decisive per il nostro futuro:
* una lotta decisa alla crescente disuguaglianza delle condizioni e delle opportunità, attraverso nuove politiche pubbliche, la redistribuzione della ricchezza in termini di politiche fiscali, accesso al Welfare, difesa dei beni comuni, contrattazione
* una lotta alla precarizzazione e alla riduzione dei diritti del lavoro, attraverso l’unificazione del mercato del lavoro nel segno della qualità e della stabilità, condizione prima perché le nuove generazioni possano concepire e realizzare il proprio progetto di vita
* una lotta per sconfiggere il modello contrattuale nato dall’accordo del 22 gennaio 2009 e per conquistare un nuovo sistema contrattuale. Lotta che affermi nella pratica rivendicativa un’autonomia negoziale della contrattazione confederale e categoriale a tutti i livelli, nel privato e nel pubblico, fondata sulle nostre scelte strategiche
* una lotta per conquistare una compiuta democrazia sindacale dove sia possibile misurare la reale rappresentanza e consentire la libera espressione di voto dei lavoratori e delle lavoratrici sulle scelte che li/le riguardano.
Tale conquista è precondizione per la ricostruzione dell’unità sindacale, strumento indispensabile per rafforzare la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, che è stato messo in crisi dai comportamenti e dalle scelte di CISL e UIL.
Discontinuità, cambiamento e innovazione sono indispensabili anche nella vita interna della organizzazione.
Troppo spesso alla percezione di fragilità esterna si è risposto con tentazioni autocelebrative, conformismo e asfissia della discussione tra noi, contribuendo così a consolidare un’immagine e un vissuto di organizzazione chiusa e burocratizzata, governata da una sorta di patto di non belligeranza tra leaderships in carica e aspiranti alle medesime. Non c’è futuro per un’organizzazione di massa che non viva la democrazia come una risorsa positiva e non come un ostacolo.
Abbiamo bisogno di tutt’altro.
Alla CGIL serve oggi libertà di discussione, confronto, una continua circolazione di idee, serve un massiccio ricambio di genere e di generazioni che sconvolga gli incrostati assetti di potere, servono porte e finestre aperte grazie alle quali la domanda delle persone che vogliamo rappresentare si trasformi in proposte e battaglie per nuovi e vecchi diritti. La crisi finanziaria, economica e produttiva, la progressiva svalorizzazione del lavoro, la continua messa in discussione dei diritti di cittadinanza, la netta riduzione dei gradi di democrazia e libertà mostrano l’urgenza della ridefinizione di un sindacato confederale forte, autorevole, rappresentativo.
Occorre dunque invertire la percezione collettiva: il mondo del lavoro, la società, le nuove generazioni devono poter guardare a noi non come a un problema, ma come alla più efficace delle soluzioni.

Wilma Casavecchia, Giorgio Cremaschi, Domenico Moccia,  Franca Peroni, Carlo Podda, Gianni Rinaldini, Nicoletta Rocchi

27 Ottobre 2009 Pubblicato da filcamstrento | Sindacato | , , , , , , , | 1 Commento

Poli: profitti sulla pelle dei lavoratori

CarrelliCentraliNon per spirito di polemica ma, dal punto di vista sindacale, per quanto riguarda le condizioni di lavoro, la realtà del gruppo Poli è ben diversa da quanto si vuole descrivere nell’articolo e quindi mi permetto di fare alcune considerazioni.
La prima riguarda le esternalizzazioni e le scelte effettuate per aumentare i profitti, in quanto le ricadute sulla qualità del servizio appaiono alquanto discutibili.
Infatti questo gruppo, per “catturare” clienti, punta sull’attrazione psicologica esercitata dalla possibile vincita anziché sulla qualità dell’offerta complessivamente intesa.
Su questo aspetto non va dimenticato che codesta azienda ha sempre ritenuto marginali le relazioni sindacali. Tempi biblici per avere un incontro (l’incontro chiesto al 10 settembre per la Seven, non ha ancora ricevuto risposta), nessuna informazione preventiva (anche se previste dal CCNL) sull’uso delle cooperative e nessuna disponibilità a regolarne il loro utilizzo. Nessuna informazione al sindacato al riguardo della paventata chiusura di alcuni negozi a Trento (Via Gramsci ?).
Le seconda riguarda il ricorso alle cooperative esterne: La gente deve sapere che da parte di questa azienda sta utilizzando una cooperativa, con lavoratori che percepiscono una paga del 30% inferiore a quella del POLI, per fare lavori tipici di un negozio commerciale e che prima erano svolti da suoi dipendenti.
In merito alla valorizzazione delle risorse umane siamo pienamente d’accordo su questo principio, ma da quanto ci risulta, non sembra essere pienamente praticato dal gruppo Poli visto il comportamento aziendale nei confronti di lavoratrici madri che si vedono negata la richiesta di aspettativa o il tempo parziale per accudire i figli.
L’elevato numero dei capi, uno ogni due lavoratori dimostra come il gruppo Poli sia sostanzialmente ancora un’azienda con una impostazione fortemente gerarchica e quindi il contrario di una struttura che intende valorizzare le risorse umane.
A fine anno scade il contratto integrativo e nei prossimi saranno inviate le richieste per il suo rinnovo e quindi, se questa azienda sarà coerente con le dichiarazioni al giornale, ci aspettiamo di chiudere la trattativa in tempi brevi.
La Filcams Cgil del Trentino
Trento, 23 ottobre 2009

23 Ottobre 2009 Pubblicato da filcamstrento | Sindacato | , , , , , | 2 Commenti

Bolzano: Ultimo appello

areoportoBolzanoRiceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo di Claudio Vedovelli di Bolzano che descrive una situazione  sociale e politica dell’alto Adige la quale, cambiando i nomi, si può bene adattare anche alla provincia di Trento.
La Filcams Cgil del Trentino

Forse pochi se ne sono accorti: si parla di democrazia. Democrazia che significa libertà, giustizia e tante altre cose; democrazia conquistata, mai regalata, con impegno e passione.
Una democrazia che negli ultimi anni è andata scemando in Italia e in Sudtirolo: difficile parlare di democrazia in uno Stato (Italia) e in una Provincia (Alto Adige) dove la concentrazione mediatica è quasi totale, dove da una parte il Presidente del consiglio dall’altra l’ Athesia controllano giornali e televisioni.
Che c’entra la Democrazia Diretta con la democrazia?
Certamente quanta più democrazia reale esiste tanto meglio funziona la Democrazia Diretta.
Referendum su aborto, divorzio fino al nucleare sono stati esempi di grande civiltà, dove la società ha partecipato ai dibattiti in un gran fermento di idee e di passioni.
Ma oggi cosa succede: i referendum sembrano uno sfizio di pochi, la società civile tace, i partiti vergognosamente tacciono.
I mass media di lingua tedesca dedicano paginoni ai soliti potenti ( Widmann in testa: safety park, aeroporto ecc); quelli di lingua italiana sembrano molto più attenti alle sfide in famiglia Gnecchi/Repetto e/o Avolio/Calò, ovvero P(oliticamente)D(ivisi).
E l’ aeroporto a Bolzano? Inefficiente, inutilizzato dai cittadini, costoso, deficitario, pericoloso, inquinante, già bocciato da migliaia di cittadini con le loro firme, voluto dalle lobby del commercio e del turismo e da qualche pigro assessore. Tenuto a gala con soldi pubblici, che poi fanno ridurre i fondi per l’integrazione scolastica, gli interventi sociali e la sanità. Un giocattolo per pochi che i cittadini pagano a caro prezzo.
Non siamo sicuri che il risultato del referendum cambierà il futuro dell’aeroporto, proprio perché, come detto poc’anzi, Democrazia Diretta senza democrazia non esiste, e giochini legislativi (es. cambi di proprietà, finanziamenti ecc) e minaccia di ricorsi e quant’altro potranno purtroppo cambiarne l’esito.
E allora? Dubbi, perplessità, punti di domanda a parte andiamo tutti a votare per tutti i quesiti e diciamo sì ai quesiti sulla democrazia diretta e sull’aeroporto; non sarà la soluzione di tutti i mali, questa dipende dal nostro impegno quotidiano e dalla passione civile dei cittadini, ma comunque rappresenta un’ ancora di salvezza in questa democrazia pericolante, un’ arma in più contro cementificazioni ( virgolo-Thun, puc), inceneritori, progetti tipo Safety park, BBT e quant’altro il futuro di questa società della crescita infinita e del consumo di territorio ci potrà riservare. Alle prossime battaglie.

La più vicina ti aspetta domenica al seggio.

Claudio Vedovelli

20 Ottobre 2009 Pubblicato da filcamstrento | Politica, Società Civile | , , , , , , , | Ancora nessun commento.