Sciopero produttivo
«Assicurare profitti ragionevoli all’industria e salari che permettano di vivere», dichiarò Roosevelt il 16 giugno 1933 quando firmò il National Recovery Act (Nira) che introduceva per le imprese e nelle relazioni industriali una serie di provvedimenti giudicati allora quasi rivoluzionari. Il neo presidente Usa spiegò che il Nira serviva anche a eliminare «i metodi e i provvedimenti pirateschi pregiudizievoli per gli operai», delle imprese. Sono passati 86 anni, ma il New deal in Italia non sembra proprio arrivato. L’emergenza sociale è sempre più pressante; la democrazia nelle relazioni sindacali è svanita. Il tutto nel contesto di una politica sempre più inadeguata e di attacchi alla Costituzione. Ma c’è chi non si arrende a questa deriva e oggi da tutta Italia arriveranno a centinaia di migliaia per difendere i diritti violati. Saranno i lavoratori metalmeccanici e quelli del pubblico impiego con l’appoggio della Cgil (ma solo 100 deputati dell’opposizione hanno sentito il bisogno di dare la loro solidarietà) a sfilare per le vie di Roma in difesa dei diritti del lavoro, del diritto di cittadinanza. E contro una riforma «piratesca» del modello contrattuale; contro rinnovi contrattuali separati che elargiscono briciole che non garantiscono il diritto a vivere, ma al massimo a sopravvivere. E con difficoltà. C’è chi storce la bocca, sostenendo che «non si sciopera in periodi di crisi». Falso. Basti ricordare che la grande crisi del ‘29 avvenne negli Usa dopo un decennio di forte crescita accompagnato dall’annientamento – anche fisico dei sindacati. Al contrario, dopo il 1933 il sindacalismo Usa conobbe un periodo di forte sviluppo con un antagonismo sociale, con forme di solidarietà senza precedenti che portarono a una migliore distribuzione dei redditi. Insomma, le crisi servono anche per cambiare – in meglio – un paese. Ieri uno studio pubblicato sul Bollettino mensile della Bce sostiene che in Italia le imprese reagiscono alla crisi non con gli investimenti, la ricerca e l’innovazione, ma pagando meno i neo assunti. E abbiamo anche saputo che l’Italia si distingue per la minore frequenza di adeguamenti salariali. Significa che le nostre imprese non perdono il vizio della ricerca spasmodica della competitività e della produttività comprimendo il costo del lavoro. Anche da questo nasce l’emergenza sociale. Le cifre (Istat) sono terrificanti: l’Italia ha il triste primato (condiviso con la Romania) della povertà minorile; il 5,3% delle famiglie ha difficoltà ad acquistare cibo, l’11% a sostenere una spesa improvvisa causata da una malattia. Di più: quasi il 17% non ha soldi per acquistare abiti nuovi; l’8,8% è in arretrato con le bollette e il 3,7% rischia di vedersi sottrarre la casa perché non ha pagato rate del mutuo. E «la spesa pro capite per contrastare la povertà vede l’Italia agli ultimi posti nell’Europa a 27». Mentre per l’assistenza sociale in senso stretto nel 2006 spendevamo il 3%, addirittura mezzo punto in meno di 10 anni prima. Se Cisl e Uil sapessero leggere, invece di parlare in tv, sarebbero a Roma con la Cgil. Ma preferiscono le cene dal Cavaliere.
Da IL MANIFESTO del 13-2-09
14 febbraio 2009 - Pubblicato da filcamstrento | Sindacato | berlusconi, brunetta, Cgil, cisl, Confindustria, dipendenti, febbraio, funzione pubblica, governo, metalmeccanici, sacconi, saconi, sciopero, sinistra, uil, weltroni | 1 commento
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La Confindustria non vuole riconoscere i risultati che arrivano dai referendum della Fiom sul modello contrattuale. Credo che dobbiamo fare in modo di allargare il più possibile la platea dei lavoratori che vorranno partecipare al voto e soprattutto trovare il modo per far partecipare i precari presenti nelle aziende, di qualsiasi natura sia il loro contratto, interinale o appalto, cercare di divulgare il più possibile informazioni su come cambierà per tutti la vita lavorativa. Inondiamoli di NO, pensiamo al futuro.
Fiorenza Addivinola